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L’anno del trentennale della tragedia di Chernobyl sta per concludersi nel pressoché totale silenzio e dimenticanza. A testimonianza di quanto avvenuto il 26 aprile del 1986 rimangono le tante esperienze di solidarietà portate avanti dalle innumerevoli associazioni, a livello nazionale e internazionale, a favore delle popolazioni, in particolare di bambini e ragazzi, vittime della contaminazione radioattiva che ancora oggi affligge milioni di persone in Russia, Ucraina e Bielorussia.
A differenza dei precedenti anniversari, dal decennale al venticinquennale, quest’anno non è stata organizzata nessuna conferenza degna di nota da parte delle organizzazioni internazionali: nulla che potesse informare e delineare lo stato delle attuali conseguenze sanitarie, ambientali e sociali.
I tre Paesi maggiormente colpiti dal fallout radioattivo, anche a causa del conflitto che coinvolge una parte dell’Ucraina, non sono stati i grado di organizzare un momento comune di confronto e di analisi dei dati in possesso di ciascuno. A febbraio scorso una rappresentanza di Legambiente si è recata in Bielorussia per verificare se le autorità locali avessero intenzione, in occasione del trentennale, di promuovere azioni e iniziative, o presentare nuovi studi e dati sulle condizioni attuali delle popolazioni e dei territori. Nulla di tutto questo! Il governo di Lukascenko, impegnato per altro nella costruzione della nuova centrale nucleare di Astravets, non ha certamente interesse ad affrontare ancora oggi, dopo tanti anni, una tragedia che ha le sue radici nel nucleare: anzi, la si vuole proprio lasciare alle spalle. Tuttavia, non tutta la responsabilità deve essere scaricata sulle autorità governative bielorusse, spesso lasciate sole ad affrontare una situazione drammatica dalle pesanti conseguenze non solo sanitarie, ma sociali ed economiche: 235 miliardi di dollari, secondo una stima del governo di Minsk, sono stati i costi sostenuti Tempo di decadimento di Roberto Rebecchi continua a pag. 2 in questi trent’anni per far fronte alle conseguenze dell’incidente nucleare di Chernobyl.
Il silenzio e il disimpegno della Comunità internazionale non può essere sottaciuto: la stessa Legambiente ha “cambiato passo”, se si pensa che in occasione del ventennale diede vita a un progetto di monitoraggio nelle province di Braghin e Hoiniki, grazie alla collaborazione dell’ARPA Emilia Romagna e in accordo con le autorità della Bielorussia, al fine di informare in modo puntuale e preciso le popolazioni residenti e mettere in atto interventi e azioni che potessero minimizzare i rischi di chi risiede in zone a rischio. I dati raccolti furono presentati l’anno successivo alla Commissione Europea, con l’auspicio che quella modalità e la richiesta di informazioni precise potesse essere fatta propria dalla Commissione stessa ed estesa ad altre aree della Bielorussia e degli stati maggiormente colpiti. Nel 2016, trenta anni dopo il disastro, nulla. Nulla da Roma, da Bruxelles, da Kiev, da Minsk...
Il nuovo sarcofago, voluto nel lontano 1997 dall’allora G7, dall’Unione Europea e dall’Ucraina e costruito dal consorzio francese Novarka, i cui costi di realizzazione si aggirano intorno 2,15 miliardi di Euro, a novembre ha percorso su rotaie i 180 metri che lo separavano dal vecchio sarcofago che ora ricopre. I lavori di ultimazione della copertura, via via slittati nel tempo, dovrebbero finalmente concludersi entro la metà del 2017. Trentuno anni dopo il primo tentativo di seppellire il reattore 4, l’arco troverà finalmente la sua struttura definitiva sopra ciò che è sempre stato più visibile di quel disastro e delle sue vittime. Nessun arco ricoprirà mai villaggi, foreste e città. In questi anni abbiamo imparato a conoscere i tempi di decadimento dei radioisotopi rilasciati dal fallout radioattivo di Chernobyl: Trizio 12,33 anni, Stronzio 90 28,1 anni, Cesio 137 30,17 anni, Plutonio 239 24.110 anni. In questi anni, molti si sono dimezzati e i più leggeri e volatili sono quasi scomparsi.
Non sono però decaduti o, peggio, scomparsi, solo i radioisotopi. In questi anni vi è stato il decadimento della memoria di quanto realmente accaduto: le tante organizzazioni di volontariato, la stessa Legambiente, sono state a volte più interessate al loro agire, al loro protagonismo, piuttosto che mettere al centro della propria azione una strategia comune sul tema nucleare, ambientale e sociale, una strategia che fosse insomma “politica” oltre che umanitaria. Il decadimento della memoria ha portato al silenzio internazionale, fatta eccezione per la Lituania che è direttamente interessata, per ragioni di vicinanza, alla costruzione della nuova centrale nucleare in Belorussia. Senza trascurare il decadimento culturale, che fa sì che il livello di approfondimento su questioni come quella nucleare e, più in generale, quella energetica siano, nella migliore delle ipotesi, affrontate superficialmente o delegate alle scelte dei governi, senza un approfondito dibattito pubblico. Un decadimento di certo causato dal continuo susseguirsi di tragedie umanitarie che affliggono il nostro pianeta, al continuo negare i diritti e al costante rimpallo di doveri, da quello dell’accoglienza a quello della testimonianza.
Come ha ricordato Papa Francesco in occasione della ricorrenza dell’Assunzione, l’anno che va concludendosi è stato “disastroso” per i diritti umani: “Non solo ne sono stati ricusati molti ma quelli esistenti sono stati in gran parte annullati. Nuovi genocidi si sono verificati e le diseguaglianze si sono terribilmente accresciute. Bisogna fare l’opposto ed è questo il bene del prossimo che deve impegnare ciascuno di noi”. Raccogliendo con modestia e grande senso di responsabilità l’appello di Papa Francesco continueremo, grazie ai tanti amici, circoli, comitati e associazioni il nostro impegno nei confronti delle “popolazioni contaminate” della Bielorussia.

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