Il tentativo di fermare la fuoriuscita di isotopi radioattivi, di recuperare il combustibile, di porre un coperchio sopra tutta quell'incredibile situazione.


Il fatto grave non era tanto la distruzione delle strutture e degli edifici, ma che dentro quelle macerie vi era ancora un nocciolo, ora a contatto con l'atmosfera, che andava avanti con la reazione nucleare e sputava fuori montagne di isotopi radioattivi.
Nel tentativo di affogare la sorgente di radioattività si tentò di seppellire sotto un "sarcofago"il nocciolo, gettandovi sopra 400.000 tonnellate di calcestruzzo.
Tutto questo avveniva con la continua minaccia di ulteriori esplosioni, poiché la reazione a catena continuava e sarebbe continuata per moltissimi anni: infatti dentro il nocciolo vi erano 135 mila tonnellate di Uranio, oltre a Plutonio ed a molti altri elementi pesanti.
Fu una spedizione, la COMPLEX, con a capo Alexander Borovoi che tentò di capire cosa fare.
Per sei mesi, con dei tunnel ricavati sotto il nucleo, si cercò disperatamente di localizzare il combustibile nucleare e finalmente capire quanto ne era rimasto. Alcuni robot, con grandissime difficoltà dovute a rotture e detriti lungo il cammino, riuscirono a filmare alcune cose.
Iniziarono a lavorare anche migliaia di soldati dell'Armata Rossa (più di 600.000) per la raccolta di sostanze radioattive sparpagliate tutto intorno al reattore, da gettare poi nel buco che successivamente sarebbe stato chiuso. Il lavoro era di solo un minuto a fronte di un assorbimento di dose di 1 rem. Solo dopo l'eliminazione di tutto questo materiale radioattivo sparpagliato, fu iniziata la costruzione vera e propria del sarcofago. Si lavorava in gran fretta: se la pioggia fosse penetrata nel nucleo avrebbe potuto produrre altre esplosioni. Il sarcofago fu definitivamente sigillato alla fine del 1986.
La ricerca del combustibile nucleare non era però conclusa. Dove era finita quella montagna di materiale che continuava le reazioni? Nel dicembre 1986, nei sotterranei del blocco 4 si scoprì una grande massa di materiale estremamente radioattivo. Una telecamera mobile su un robot fu avvicinata ad una massa gigantesca fusa a forma a zampa di elefante che, all'inizio, non si riusciva a capire cosa fosse. Il diametro della zampa era di 2 metri ed il peso stimato in molte tonnellate: da essa poi fuoriuscivano 10.000 rem/ora. Avvicinarsi ad essa avrebbe significato morte certa. Si cercò, inutilmente, di prelevare un campione di questa massa. Si pensò allora di sparare contro di essa alcuni colpi di mitragliatrice per scalfirla. Il tentativo ebbe successo. Si riuscirono a prelevare dei campioni e, dalla simultanea rottura della parte superiore della zampa, si scoprì che essa aveva una struttura a strati, del tipo corteccia di albero.
Le analisi sui campioni mostravano che si trattava di sabbia fusa in cristallo dall'enorme calore emanato dal nocciolo, sabbia mescolata a combustibile nucleare. Si individuò in questo modo una prima fuga di combustibile mancante.
Come era arrivato laggiù quell'ammasso? Si salì di livello, alla sala 207/5, per perforare con un foro del diametro di pochi centimetri i 3 metri di cemento armato che avrebbero immesso all'ambiente in cui era alloggiato il nocciolo. Furono chiamati degli ingegneri petroliferi che trapanarono 18 mesi per raggiungere il locale cercato (estate 1988). Ciò che si vide, con una piccola telecamera, fu un qualcosa che nessuno aveva previsto: non c'era traccia di combustibile nucleare.
Dove si trovava ? Anche il 5% di un nucleo intatto può mantenere una reazione a catena.
Si cercò nei sotterranei più profondi, da dove emanava calore. Attraverso una fenditura, anche qui con la piccola telecamera, si intravide una grande massa. Per un anno si lottò per entrare in questa sala attigua al reattore. Molta distruzione ma nessuna traccia del combustibile nucleare.
Gli scienziati che riuscirono ad entrare trovarono una lastra enorme di cemento armato che presentava crepe dalle quali fuoriusciva lava. Vi erano cristalli gialli incastonati su fondo nero. Questi cristalli vennero battezzati cernobylite.
Di ritorno ci si rese conto che il reattore era sprofondato per 4 metri. Si iniziò quindi a capire cosa era accaduto: le prime esplosioni che fecero saltare il coperchio, fecero anche sprofondare il reattore di 4 metri ed il combustibile fuso scendeva verso il basso inondando le sale sottostanti mescolandosi fortunatamente con la sabbia che, in grossa quantità, era sistemata intorno al reattore. Nello scendere si era via via raffreddato. Con il combustibile imprigionato in questa sostanza vetrosa, scendeva la probabilità di nuova reazione.
Naturalmente, oltre a questi aspetti drammatici, vi furono conseguenze sanitarie impressionanti che ancora oggi hanno strascichi agghiaccianti e penosi. Ma questa é già un'altra storia.

Fonte: R. Renzetti - Z. A. Medvedev

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