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di Roberto Rebecchi

Ennesimo viaggio in Bielorussia e, ancora una volta, a contatto con il silenzio assordante della contaminazione radioattiva rilasciata e poi ricaduta sui territori della Bielorussia in quell'oramai lontano e dimenticato 26 aprile del 1986, quando il quarto reattore alla Centrale nucleare di Chernobyl vomitò, dallo squarcio aperto dall'esplosione, il suo veleno nel cielo e il vento lo trasportò in ogni angolo del pianeta.
Oggi ho ritrovato ancora una volta Serghei al quale mi lega una profonda e duratura amicizia da quando, quindici anni fa' Direttore della Scuola del piccolo villaggio di Malojn, ci siamo incontrati per la prima volta e da allora, ci rincontriamo almeno una volta l'anno.
Da alcuni anni Serghei ha lasciato il suo incarico di Direttore per assumere la direzione dei Servizi sociali della Provincia di Braghin, un'impresa enorme poiché i problemi sono tanti e le risorse del tutto insufficienti, ma di questo non si lamenta; a che servirebbe? Poi, contestare l'autorità costituita significa, nei migliori dei casi, perdere il lavoro.
Così, giorno dopo giorno, cerca di rispondere alle necessità e ai bisogni delle tante persone dimenticate e lasciate sole ad affrontare una condizione di vita difficile e la contaminazione, che è divenuta in questi luoghi qualcosa da dimenticare, da sfuggire e, se non puoi nei fatti, allora lo fai negandola a te stesso, cancellandola dai tuoi pensieri.
Finché la malattia o la morte ti porta via un tuo caro o la tua stessa vita.
Dai villaggi attorno a Braghin se ne sono andati in tanti: sono rimasti i vecchi e le famiglie più disgraziate, quelle che non hanno potuto permettersi di lasciare questi luoghi contaminati da Cesio, Stronzio e ora, attraverso i processi di abbattimento dei radionuclidi, anche di Americio 241 che, oltretutto, è anche velenoso chimicamente.
Ancora una volta visitiamo, io e le persone che partecipano a questo viaggio nei luoghi contaminati della Bielorussia, un villaggio abbandonato all'interno della zona d'esclusione dei 30 km: "la zona morta".
Percorriamo una lunga strada diritta nel mezzo di un bosco di abeti e betulle, rovi e siepi stanno lentamente inghiottendo la strada, ormai piena di buche, costringendo Andrei, uno dei tanti autisti che accompagnano le tante delegazioni di volontari e famiglie in giro per i villaggi della Bielorussia, a zigzagare continuamente e noi sobbalzare su e giù nei sedili di questo mezzo ormai senza più ammortizzatori.
Se non fosse per i segnali, consueti in questi luoghi, coi simboli della radioattività e di divieto di accesso, ti sembrerebbe di essere immerso in uno stupendo paesaggio naturalistico. Il silenzio dell'esterno è entrato anche all'interno del nostro pulmino, pare tutto così irreale, ognuno di noi cerca un segno, qualcosa, oltre ai segnali di pericolo contaminazione, qualcosa che possa davvero dare concretezza a ciò che vediamo e che allo stesso tempo non riusciamo a cogliere; ti verrebbe da urlare, chiedi a te stesso come sia possibile tutto questo silenzio, ti entra dentro e devi fare uno sforzo incredibile per non farti trascinare in quella disperazione...
Sentiamo una voce, rifuggiamo, siamo salvati da questo precipizio dalla voce di Serghei: "Qui c'era un punto di decontaminazione, dove erano lavati e decontaminati i mezzi che facevano la spola dai villaggi all'interno della zona morta ai punti di raccolta per evacuare gli abitanti...".
Poi il pulmino si ferma e solo una volta scesi riusciamo a scorgere tra gli alberi degli edifici in muratura: è il villaggio di Solnechniy che tradotto significa "soleggiato".
Era un villaggio di un migliaio di abitanti, ci racconta Serghei, ci indica l'Ospedale, la Scuola, le abitazioni, tutto è abbandonato... mentre camminiamo lentamente, per quelle che una volta sono state le vie di Solnechniy, Serghei ci racconta la sua esperienza di liquidatore: il suo compito era di allontanare per primi i bambini e poi le famiglie, informandole dell'accaduto, ma con la promessa che sarebbe potuti, presto, rientrare nelle loro abitazioni, nel loro villaggio.
Le raccomandazioni fatte in precedenza ai miei compagni di viaggio: "Cerchiamo di camminare sull'asfalto evitando campi e terreno erboso", si sono rese inutili, quello che è rimasto delle strade è stato inghiottito da alberi, rovi, siepi, erba e gli alberi crescono perfino sulle terrazze, sui tetti, facendosi largo tra pavimenti e tegole...
Ora ognuno prende strade diverse, chi entra in quello che una volta era l'Ospedale, chi entra nella Scuola, chi nelle abitazioni, con morbosità cerchiamo qualcosa che ci possa fare tornare a prima di quel 26 aprile del 1986, un oggetto che possa farci ripercorrere un salto all'indietro, una sorta di macchina del tempo... chiudi gli occhi e puoi sentire le voci degli infermieri e dei medici, la voce suadente delle insegnati, poi la campanella e le urla festose dei bambini e delle bambine che corrono nel cortile della scuola, mentre una signora anziana passa a fianco della scuola e sorride...
Poi di nuovo il silenzio: Chernobyl, il crollo dell'Impero Sovietico e intorno a noi di nuovo abbandono e rovine, nessun oggetto, nulla... quello che non è stato distrutto dal tempo è stato trasportato al di fuori della zona morta, così oggetti contaminati sono oggi, chissà, nelle case di Braghin, di Gomel, di Minsk o in altre città o villaggi della Bielorussia... quasi a significare che ogni cittadino bielorusso deve condividere, da buon fratello, il peso di questo fardello. Usciamo, qualcuno urla: "Guarda là!", "Una lepre". Fugge, fugge e pare domandarsi chi siano questi essere strani, mai visti: sì, perché qui la fine del mondo, almeno quella umana, è già arrivata!