di Angelo Gentili 26 Aprile 2022
dal sito: https://www.lanuovaecologia.it

 

Il 26 aprile 1986 l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. A 36 anni di distanza la testimonianza di Angelo Gentili, responsabile del progetto Rugiada di Legambiente, che dal primo giorno ha animato la macchina della solidarietà

Affermare che il 26 aprile dovrebbe essere tutti i giorni non è retorica. Il 26 aprile del 1986 è un giorno che non può e non deve essere cancellato dalla memoria di oggi e di domani. Continuare a parlare di Chernobyl significa fare in modo che anche chi quella tragedia non l’ha vissuta in prima persona possa avere davanti agli occhi nitide le immagini del disastro che ha coinvolto milioni di persone e moltissimi bambini, vittime innocenti della più grave catastrofe civile della storia dell’umanità. Per questo, come associazione, da più di trent’anni lavoriamo senza soluzione di continuità affinché non si spengano i riflettori e non cada il silenzio su una delle tragedie con cui il nostro tempo è stato costretto a fare i conti e le cui conseguenze sono ancora oggi drammatiche.
L’incidente nucleare di Chernobyl è la dimostrazione plastica di quanto sia scellerato continuare a parlare di nucleare come alternativa possibile sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico, come sempre più spesso sentiamo dire in queste settimane. Era sbagliato farlo negli anni ‘80, continua ad esserlo oggi, negli anni ‘20 del duemila. Il nucleare sicuro oggi non esiste e chi afferma il contrario è palesemente in cattiva fede. La disastrosa guerra in Ucraina, assurda come tutte le guerre, sta ulteriormente dimostrando quanto sia necessario stare alla larga da ogni nuova ipotesi di nucleare. Le centrali attualmente presenti nella zona, tra dismesse e funzionanti, in tempo di guerra si sono trasformate in siti sensibili e, dunque, in potenziali obiettivi di attacchi. Non solo: la centrale di Zaporizhzhia così come quella di Chernobyl, con il loro fragile equilibrio, hanno messo a rischio radiazioni non solo la zona circostante ma addirittura tutta l’Europa. A dimostrarlo sono i picchi dei livelli di radiazioni registrati al passaggio delle truppe russe (aumentati di oltre 10 volte), gli incendi in corso nelle aree più radioattive, il panico generale causato dagli interventi dell’esercito di Putin nelle aree limitrofe. Per non pensare, poi, alla mancanza di controllo e monitoraggio e all’abbassamento dei livelli minimi di sicurezza cui sono sottoposti oggi i quindici reattori presenti nel teatro di guerra ucraino, con un altissimo rischio di incidenti.
Un disastro nel disastro a cui è necessario dire “mai più” con tutta la determinazione possibile. Peraltro – è utile ripeterlo anche in questa circostanza – gli effetti nefasti dell’incidente di Chernobyl sono ancora oggi tristemente portatori di sciagure. Le cittadine e i cittadini che vivono nelle aree contaminate dall’esplosione del reattore numero 4 della centrale di Chernobyl del 26 aprile del 1986 – 5 milioni di persone tra Russia, Ucraina e Bielorussia – mangiano ancora cibo contaminato e bevono acqua insalubre. Per questo, sono sottoposte a un continuo abbassamento del sistema immunitario che determina il proliferare di numerose patologie, con un aumento significativo di tumori e leucemie che colpiscono in modo particolare l’infanzia. Uno stillicidio a cui solo un lasso di tempo molto lungo potrà forse porre fine. Legambiente sin dal primo giorno ha attivato la macchina della solidarietà. Prima, con l’accoglienza di oltre 25.000 bambini di Chernobyl in Italia, grazie al significativo impegno di centinaia di migliaia di volontari e famiglie  impegnate in una grande gara di autentica solidarietà e, poi, con l’ospitalità  in loco che continua ancora oggi attraverso il progetto Rugiada. Ogni estate, continuiamo a ospitare centinaia di bambine e bambini che, nutrendosi con cibo privo di radionuclidi, perdono fino al 60% del cesio 137 che hanno assorbito. Durante il soggiorno, vengono altresì sottoposti a controlli medici per prevenire l’insorgere o l’aggravarsi di patologie collegate alla radioattività. La struttura nella quale ospitiamo i piccoli si chiama Centro Speranza e si trova in Bielorussia, in un’area non contaminata. Da quel luogo, cerchiamo di donare futuro a chi un futuro, oggi, non lo ha. Un modo non solo per aiutare concretamente i bambini di Chernobyl ma anche per stare vicino alle loro famiglie, alle vittime innocenti di un disastro dalle proporzioni enormi di cui, oggi, si parla troppo poco.

L’esperienza del Centro Speranza ha anche un’accezione simbolica: per fare in modo che il futuro non sia solo qualcosa in cui sperare ma una strada da costruire, è fondamentale l’impegno di tutte e tutti. A partire dalle donne e dagli uomini delle istituzioni. Troppo spesso, Chernobyl viene archiviata come un accadimento del passato. Serve fare tutto il contrario. Raccontando Chernobyl, parlando dell’incidente e dei decenni che lo hanno seguito, narrando un presente sempre più difficile e drammatico. Farlo dall’osservatorio della Bielorussia non è semplice, ma è un dovere. Anche nostro.
L’aiuto, quello materiale, serve anche da parte di ciascuno di voi. Sostenere il progetto Rugiada significa contribuire a donare un frammento di serenità alle bambine e ai bambini che vivono nelle zone contaminate. Per farlo, vi invitiamo a visitare il sito www.solidarietalegambiente.it in cui avrete la possibilità di trovare tutti i dettagli delle nostre azioni sul territorio e le modalità di sostegno. Oltre a questo, però, è bene che ci si metta in testa, una volta per tutte, che il futuro energetico sul quale dobbiamo lavorare senza sosta è quello rinnovabile. Per liberarci dal ricatto del gas e del petrolio non dobbiamo ripiombare nell’incubo del nucleare. Le rinnovabili sono “pronte all’uso” e ci possono rendere autonomi, basta solo che la burocrazia si allinei alle esigenze del Pianeta. Per questo, come Legambiente chiediamo con forza di svilupparle e incrementarle in modo esponenziale nel nostro Paese, a partire dalle energie generate da vento e sole, puntando sulla semplificazione delle procedure e investendo fortemente sull’innovazione tecnologica. Il modo migliore per contrastare la crisi climatica, per fronteggiare la crisi economica ed energetica, liberandosi dalla dipendenza dall’estero e operando per la pace è questo.
In chiusura, un appello: il mondo dell’informazione non smetta mai di raccontare cosa è davvero il nucleare. Solo attraverso le immagini e le testimonianze di ciò che è stato si potrà davvero imparare la drammatica lezione della storia e si avrà la possibilità di pronunciare con forza e con tutta la consapevolezza che servono quelle due determinanti parole: “mai più”.

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