A 33 anni dall’esplosione del reattore 4, l’associazione continua con determinazione a portare avanti il Progetto Rugiada, mettendosi a fianco delle popolazioni vittime del disastro e contribuendo ogni anno all’ospitalità di oltre cento bambini provenienti dalle aree più a rischio della Bielorussia in una zona non contaminata.

Sono passati esattamente trentatré anni da quando il quarto reattore della centrale nucleare di Chernobyl esplose, generando conseguenze con cui ancora oggi le comunità locali sono costrette a fare i conti. Al momento, sono circa 5 milioni le persone che vivono nelle zone radioattive di Bielorussia, Russia e Ucraina in cui i livelli di contaminazione sono ancora molto elevati soprattutto nelle derrate alimentari. Basti pensare al fatto che chi vive in queste zone è costretto a nutrirsi di cibo contaminato e a bere acqua radioattiva, provocando un grave abbassamento delle difese immunitarie e favorendo lo sviluppo di patologie complesse e maggiormente pericolose per i più piccoli che, come in ogni circostanza critica, sono coloro che ne risentono più duramente.

“L’esplosione avvenuta all’1,23 minuti e 44 secondi – ha dichiarato Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente – con il suo enorme carico di radioattività (tra 50 e 250 milioni di scorie, quantità cento volte superiore rispetto alla bomba di Hiroshima), è stato il più grave incidente mai verificatosi in una centrale nucleare. Nel corso di un test di sicurezza, i tecnici aumentarono la potenza del reattore 4, generando una violentissima esplosione e un incendio. Quelle immagini – ha continuato Gentili – non le dimenticheremo mai come, del resto, non dimenticheremo mai la cronaca in diretta di quelle ore che ci raccontava dell’espansione della nube che raggiunse anche Finlandia, Scandinavia, Francia, Germania, Svizzera, Austria e Italia. Le conseguenze peggiori, però, furono per la Bielorussia in cui si riversò il 70% del fallout radioattivo. Più di 350.000 persone furono evacuate e oltre 700.000 tra operai, pompieri e soldati furono mandati dall’ex Unione Sovietica a cercare di spegnere l’incendio con mezzi improvvisati e senza alcun sistema di sicurezza. Dopo quei giorni, sono stati più di 10.000 i casi di tumore tiroideo e decine di migliaia di morti. E in Bielorussia la situazione oggi non è affatto migliore: le patologie legate all’esplosione sono ancora molto diffuse, costringendo un’intera popolazione a non avere un futuro. Stronzio, cesio e plutonio rimangono un gravissimo pericolo ed i territori colpiti continueranno ad essere ipotecati dalla radioattività per moltissimo tempo. Non dimenticherò mai i volti, gli sguardi, le lacrime di tanti padri e madri costrette a vivere nelle zone più contaminate in una terra senza futuro per i propri figli e in cui, anche se non la vedi, la radioattività si percepisce con tutta la sua drammaticità. Per questo – ha concluso Gentili – è necessario continuare a ricordare quanto accaduto a Chernobyl e dire basta con determinazione all’utilizzo dell’energia nucleare che purtroppo continua a essere scelta nonostante i numerosi incidenti avvenuti, basti pensare anche a quello gravissimo di Fukushima.”

Legambiente da quel giorno di trentatré anni fa continua a chiedere alle istituzioni internazionali di non dimenticare Chernoby, di sostenere le popolazioni vittime del disastro e di avviare percorsi per consentire alla Bielorussia di tornare a sperare. L’associazione, inoltre, continua con determinazione a portare avanti il Progetto Rugiada, contribuendo ogni anno all’ospitalità di oltre cento bambini provenienti dalle aree più a Rischio della Bielorussia in una zona non contaminata. Grazie al Progetto Rugiada, i bambini hanno la possibilità di trascorrere un soggiorno in cui mangiare cibo sano e di sottoporsi a controlli medico-sanitari. Un modo concreto, questo, per stare vicino alle popolazioni che hanno subito le conseguenze di quel maledetto 26 aprile.

Fonte: "La nuova ecologia"

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