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di Roberto Rebecchi

Ed eccoci, ancora una volta, a ricordare la tragedia di Chernobyl, cercando di riempiere in una sola giornata il silenzio di 364 altri giorni.
364 giorni fatti di altre memorie o di tragedie quotidiane che scivolano sugli schermi televisivi, sui post dei tanti social e dove l’approfondimento o l’agire quotidiano è impegno sempre più di pochi, dove sempre di più prevale il cinismo, l’indifferenza e la sensazione di non essere più in grado di incidere realmente sulle piccole o grandi questioni che affliggono l’umanità.
Certo sono tante le associazioni, i volontari, le famiglie impegnate a favore dei bambini, delle bambine e delle popolazioni vittime del fall-out radioattivo conseguente all’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, ma il silenzio della Comunità internazionale è assordante, nonostante le continue denunce , non solo da parte di Legambiente ma anche di tante altre organizzazioni italiane; proprio in questi giorni l’ennesima denuncia da parte dell’Associazione “Mondo in cammino” presieduta da Massimo Bonfatti, che continuano a rimanere inascoltate.
Ogni giorno centinaia di migliaia di persone, tra cui molti sono minori, continuano ad alimentarsi con cibi contaminati, a riscaldarsi con legname radioattivo, a vivere in zone più o meno contaminate ed esposti, conseguentemente, a  radiazioni.
Certamente dobbiamo adoperarci per continuare nel nostro impegno, piccolo o grande che sia, secondo le risorse umane ed economiche che ognuno è in grado di mettere in atto per sostenere in loco Bielorussia, Russia, Ucraina tutti coloro che si adoperano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto a favore dei soggetti più deboli e più esposti ai radioisotopi ionizzanti.
Non possiamo però nasconderci che in questi lunghissimi anni quello che è mancata è stata un’azione politica vera e condivisa e una modalità operativa razionale e altrettanto condivisa tra le varie organizzazioni.
Sempre più, anche nell’agire del volontariato e nel mondo delle ONG, prevalgono interessi di parte e protagonismi, i quali rischiano di essere controproducenti agli obiettivi più generali,   che risultano invece indispensabili a responsabilizzare le organizzazioni governative a livello europeo e non solo.
Il silenzio nel quale avviene la costruzione della nuova Centrale nucleare di Ostrovets in Bielorussia, a parte le proteste della Lituania, è più che un segnale preoccupante. Il Paese, che più di tutti ha pagato e continua a pagare il costo più alto della tragedia di Chernobyl, ha intrapreso con quest’azione la strada dell’oblio: la cancellazione della stessa memoria di quel lontano 26 aprile 1986.
In occasione di questa ricorrenza possiamo, se non altro, guardare positivamente all’ormai completata costruzione del nuovo sarcofago, che richiuderà per un periodo limitato di cent’anni il 4° reattore esploso della Centrale di Chernobyl.
Sono più che consapevole che le cose difficilmente cambieranno, ognuno di noi, sia a livello individuale sia associativo, continuerà nel proprio impegno convinto di agire nel modo migliore possibile: comunque sia, anche questo è bene ed è utile,  a garantire un beneficio più o meno duraturo nel tempo nei confronti delle popolazioni contaminate della Bielorussia, Russia, Ucraina.
Reggerà la nostra memoria ai tempi di decadimento dei radionuclidi?