Conclusioni
Francesco Ferrante
Direttire Generale Legambiente
Io vorrei partire dai ringraziamenti e dagli apprezzamenti che ho sentito fare oggi da molti, da tutti voi. Ringraziamenti e apprezzamenti al lavoro di Legambiente che apprezziamo e per i quali vi ringraziamo.
Ce li siamo meritati, perché se c’è un luogo, un’occasione per la quale Legambiente merita appunto apprezzamento, questo è proprio il progetto Chernobyl: non perché sia la cosa più importante che Legambiente fa, noi siamo orgogliosi e impegnati in tante cose, ma perché probabilmente nel progetto Chernobyl, in tutto ciò che è stato detto nel corso di questa giornata, meglio che in qualsiasi altra iniziativa, si possono rintracciare i capi di alcuni fili rossi che conducono al senso di questa associazione ed al suo valore d’uso per la società e per il paese.
Il progetto Chernobyl innanzitutto, e lo dicevano sia Luigi Rambelli stamattina sia Angelo Gentili, è prima di tutto un progetto di solidarietà: solidarietà per le vittime di un disastro ambientale - e che disastro ambientale - ma è anche allo stesso tempo un impegno per cambiare quello stato di cose, per continuare la battaglia contro il nucleare.
Credo che l’intervento di Gianni Mattioli e la sua presenza a questi lavori per l’intera giornata siano un segno importante che sta dentro alla storia di questa associazione e che la restituisce forse meglio di tante parole. Gianni Mattioli è stato uno dei protagonisti più importanti di quella battaglia per il rifiuto del nucleare che si è verificata ormai più di 15 anni fa. Eppure a tutt’oggi, pur trovandoci in un’altra fase rispetto ad allora, una fase nella quale il nucleare in questo paese non c’è e, nonostante qualche tentativo e qualche sciocchezza che viene detta a vari livelli istituzionali, non ci sarà, si continua però quella battaglia, quell’impegno di solidarietà concreta nei confronti di quelle vittime e si continua una battaglia e un impegno per un modello diverso che in Italia e fuori dall’Italia possa impedire che si ripetano quelle catastrofi.
E quindi è quel filo rosso, cioè la nascita di Legambiente intorno alle battaglie nucleari ed alle lotte stesse contro il nucleare, che continua e arriva ai giorni nostri per cercare un modello diverso di produzione di energia. E l’altro filo rosso, non meno importante, è stato espresso molto bene da Angelo Gentili nella sua relazione: il progetto Chernobyl, anzi il disastro di Chernobyl, è l’esemplificazione di quanto i disastri ambientali siano causa ed effetto, siano comunque strettamente intrecciati ai fenomeni dell’ingiustizia sociale, della povertà, delle povertà che ci sono state raccontate da Angelo e che sono note a tutti voi, quell’intreccio formidabile la cui esplicazione, spiegazione, dimostrazione sta scritta nel DNA di questa associazione.
Legambiente nasce con questo impegno: spiegare quanto la difesa dell’ambiente sia un tutt’uno, non una cosa separata da una battaglia per un mondo più giusto e più socialmente equo.
E Chernobyl è stato, e continua ad essere, un esempio evidente, come lo sono per altro le situazioni che abbiamo incontrato in Africa, in America Latina. Vi parlo di Africa perché siamo stati poche settimane fa a Johannesburg dopo aver costruito una campagna, un percorso di avvicinamento a Johannesburg insieme ad un’altra associazione fondata in Kenya, ma presente in tutta l’Africa e impegnata in progetti di vario genere.
Noi abbiamo percorso l’Africa e incontrato persone per verificare, per vedere con i nostri occhi i disastri ambientali, per capire come questi si intrecciano con le drammatiche situazioni nelle quali vivono milioni e milioni di persone. La cosa che già sapevamo, che ci era successa già in America latina, che succede ogni volta che si va in questi paesi, è che la nostra impostazione, l’impostazione di chi vive “da questa parte del mondo” è fatta di teste, è tutta “intelletto”, mentre per quella gente, per coloro che vivono quei drammi, è una questione di “pelle”.
Ci sforziamo di spiegare e vogliamo nuovamente ribadire il legame inscindibile tra i cambiamenti climatici, l’effetto serra – insomma le cose che diceva Gianni Mattioli stamattina - da una parte e le condizioni di vita di alcuni milioni di persone. Non stiamo parlando di Venezia che potrà affondare tra cinquant’anni, ma delle condizioni di vita di oggi. Milioni di persone in tante parti di questo pianeta soffrono oggi, non in un lontano futuro, per i cambiamenti climatici dovuti al modello di sviluppo che è quello che attualmente garantisce il nostro livello di benessere.
La privatizzazione dell’acqua, un altro gravissimo problema a livello mondiale, non è un problema del futuro, non è un rischio che si correrà, ma un “affaire” in corso.
Attualmente ci sono alcuni milioni di persone costrette a combattere contro progetti di privatizzazione dell’acqua, a combattere per un diritto imprescindibile come quello dell’acqua, perché senza di essa, mi sembra evidente, nulla si può fare, nessun tipo di sviluppo è ipotizzabile, né quello sostenibile né quello insostenibile.
Questa vicenda riguarda già milioni e milioni di persone, non piccole parti e porzioni di emarginati che non riescono ad accedere ai livelli di ricchezza e di benessere dei popoli ricchi: sono milioni, sono un miliardo le persone quelle che vivono sotto la soglia di povertà, se vogliamo appassionarci di statistiche. Statistiche a parte, è un dato di fatto che noi stiamo ragionando di questo, noi vogliamo continuare ad occuparci di questo, vogliamo stabilire quella concretezza della solidarietà, con quella precisione che, come nella relazione di Roberto Rebecchi, ci mostra quanto denaro abbiamo raccolto, euro per euro, dove l’abbiamo mandato, come l’abbiamo speso, con una pignoleria quasi eccessiva, ma che rappresenta proprio la concretezza nell’impegno, nella raccolta di quei fondi, nelle spese, nel completamento dell’ambulatorio e poi nell’esecuzione di quelle 5000 ecografie che non sono solamente 5000 ecografie che si fanno lì, in loco, e si sarebbero potute fare da un’altra parte, ma sono 5000 ecografie in più che saranno fatte entro maggio dell’anno prossimo in quei villaggi.
Ed è questa concretezza di impegno che credo possa darci il diritto di gridare anche i nostri no. Credo cioè che la capacità di fare progetti reali, che l’impegno nel far venire in Italia i bambini, il mandare lì l’ambulatorio, e tutti gli altri progetti che Legambiente segue in giro per il mondo, ci dia il diritto di dire NO, il diritto di batterci contro le scelte di tanti governi di questo pianeta che riteniamo scellerate e che a Johannesburg sono state, in maniera evidente ed eclatante, simboleggiate dalle scelte degli Stati Uniti d’America cui altri si sono poi aggregati.
E uno dei punti su cui il vertice di Johannesburg ha fallito nel fissare standard, tempi precisi e limiti, uno dei punti su cui ha maggiormente fallito è proprio quello dell’energia: in questo ambito non si è riuscito nemmeno a scrivere nel documento finale, per l’opposizione appunto degli Stati Uniti, che occorre raggiungere come obiettivo il 15% della produzione dell’energia da fonti rinnovabili almeno entro il 2020.
Considerate che quell’obiettivo è un obiettivo ridicolo, nel senso che se nell’energia rinnovabile consideriamo tutte le tipologie, comprese quelle delle grandi dighe che sono certamente rinnovabili, ma che in molte parti del pianeta hanno causato devastazioni non solo ambientali ma anche di popolazioni e di culture, bene se consideriamo appunto nelle energie rinnovabili tutto, a tutt’oggi quelle energie contano per il 14% a livello mondiale: l’obiettivo che si sarebbe dovuto quindi scrivere era un obiettivo ridicolo, un aumento soltanto dell’1%. Neppure questo siamo riusciti a raggiungere per l’obiezione, per l’opposizione degli USA.
Io vi porto questo piccolo esempio, ma ciò vale per tanti altri temi che sono stati discussi a Johannesburg. Eppure su questo punto dell’energia una parola di speranza è risuonata anche a in quell’occasione, perché quando lo scenario conclusivo è apparso evidentemente negativo, finalmente l’Unione Europea ha battuto un colpo, diciamo, si è svegliata. Ci si è impegnati dichiarando che, sulle questioni dell’energia e dell’incentivazione alla produzione di energie rinnovabili, l’Unione Europea andrà avanti anche in assenza dell’accordo con gli Stati Uniti d’America, e andrà avanti cercando accordi con altri paesi del mondo: il Brasile si è dimostrato disponibile, il Marocco anche, insomma alcuni paesi si sono mossi.
Perché mi sto concentrando su questo che è una piccola speranza in un’occasione come Johannesburg che, per l’ambientalismo, per le politiche ambientali soprattutto, è stata sicuramente una occasione persa se non peggio? Mi concentro su questa speranza che viene dall’Europa perché siamo assolutamente convinti che l’Europa debba essere la leva su cui dobbiamo contare: dobbiamo spingere, dobbiamo lavorare per avere un mondo più giusto, un mondo diverso, perché la frase “un mondo diverso è possibile” che noi andiamo dicendo da un po’ di tempo e che è diventata il nostro slogan, è una cosa raggiungibile solamente in due modi, solamente a patto che si perseguano due obiettivi.
Il primo, sul quale sono molto ottimista perché ci sono già segnali positivi che possa crescere e rafforzarsi, è quella globalizzazione dal basso, quella globalizzazione dei diritti dei cittadini che prevede il rapporto fra le associazioni, fra i movimenti dei paesi del sud del mondo e quelli del nord ricco. Tra poche settimane a Firenze si terrà il Social Forum, c’è stato Porto Alegre, c’è stata Johannesburg stessa che, per la parte che ha riguardato l’incontro fra le ONG, è stato un momento di fertile confronto e buona pratica, non soltanto di dichiarazione, ma di pratica vera su un modo diverso di fare agricoltura e quindi rifiutare gli OGM piuttosto che sperimentazioni sulle energie e quant’altro: su questo quindi andrei avanti, anche se sarebbe davvero retorico e illusorio, saremmo stupidi, a credere che l’obiettivo di avere un mondo diverso si possa raggiungere solo attraverso questa strada perché non è vero.
Non ci sarà mai un forte movimento dei movimenti, che raccolga e coordini tutte le associazioni del mondo, che possa davvero cambiare lo stato delle cose se non si riesce contemporaneamente a modificare le scelte di chi poi ha in mano le leve del comando.
A oggi l’unico punto dove noi possiamo agire e avere qualche speranza è l’Unione Europea: dico l’unico, perché gli USA hanno scelto un’altra strada nel campo della cooperazione. Essi infatti usano i fondi, seppur ridotti, soltanto in accordi bilaterali con i paesi a seconda della necessità e delle alleanze che in quel momento loro ritengono essere utili. E’ del tutto evidente che in questo momento, per esempio, poiché la politica degli USA è tutta rivolta all’eventuale futura guerra con l’Iraq e comunque a quell’obiettivo, i fondi eventuali di cooperazione che gli USA mettono in campo sono rivolti a quelli che saranno gli alleati in questa loro scelta politico-militare.
Ma dobbiamo anche sapere che come gli Stati Uniti non sono un punto di riferimento e un avversario politico per le tesi e le scelte che noi vogliamo qui affermare, così non lo sono nemmeno in molti casi i governi dei paesi del terzo mondo.
In primo luogo per una questione di democrazia: la democrazia è un elemento fondamentale che in molti paesi del terzo mondo non esiste, e questo impedisce a quei popoli di partecipare alle scelte. In secondo luogo, perché quelle élite in molti casi corrotte che li governano hanno interessi del tutto contrari a quelli, se si può banalizzare, di uno sviluppo sostenibile, di una maggiore giustizia sociale dei propri popoli.
Per concludere, a oggi l’unico punto su cui noi possiamo sperare di trovare una leva è l’Europa, con tutte le sue contraddizioni evidenti, con tutte le sue difficoltà, con tutte le sue debolezze, con tutte le sue insicurezze: questo continente, e il modello sociale che si è costituito in questo continente, è però di gran lunga quello che garantisce di più dal punto di vista della qualità della vita sociale, della democrazia e di tanti altri valori che, se volete, potete mettere in fila. E’ su quello che noi dobbiamo lavorare.
In un odierno intervento è stato fatto un ragionamento sulla Bielorussia e sull’importanza che la Bielorussia entri nell’Unione Europea, che è relativamente importante, che non è estraneo al tema della difesa dell’ambiente e delle vere possibilità di un mondo più pulito.
Le cose si tengono insieme in maniera molto forte, è questo, credo, il senso di ciò che Legambiente fa e che il progetto Chernobyl rimanda meglio di qualsiasi altra cosa, cioè tenere insieme la nostra storica, tradizionale e fondante battaglia in difesa dell’ambiente, contro il nucleare, contro l’inquinamento, con un movimento più vasto che affronta il nodo delle relazioni fra esseri umani e natura che pure è la missione di una associazione ambientalista.
Questo ciò che abbiamo fatto sino adesso e per questo all’inizio dicevo che, in questo caso, i complimenti ce li meritiamo: come diceva Angelo Gentili adesso la sfida è quella di continuare sicuramente su questa strada riguardo allo straordinario lavoro che si fa in Bielorussia, ma anche di capire che questo può essere un modello per tante altre situazioni, per altre occasioni che andiamo incontrando in giro per il mondo, da quelle più difficili che ci sono in Europa - penso ai Balcani -, in Africa, in America Latina e in tanti altri. Questa è la sfida che ci attende nel futuro ed è evidente che è una sfida che possiamo provare a vincere se troviamo degli alleati e degli interlocutori validi come sono stati quelli oggi qui rappresentati dalle istituzioni che ci hanno dato una mano, con cui magari litighiamo, ma che dimostrano una coincidenza di valori e di impegno che non possiamo con nessun atteggiamento snobistico liquidare. Se c’è questa alleanza abbiamo qualche chance in più, se non c’è le chance ce le scordiamo. Grazie.