Prof. Giannii Mattioli
Docente di Fisica - Università La Sapienza Roma

Voglio cominciare ringraziando vivamente Legambiente per avermi invitato a portare un contributo ad una iniziativa che mi sembra di grande rilevanza. Scorrendo i dati del dossier predisposto tra i materiali di documentazione di questo convegno, non si sa scegliere cosa sia più agghiacciante, se la situazione derivante dall’incidente nucleare di Chernobyl o il modo incredibile con cui si è messa a tacere questa situazione.

Nel 1990 ho partecipato a convegni scientifici in cui si analizzava dettagliatamente la correlazione tra dose di radiazioni ed effetto sanitario, non per Chernobyl ma per Hiroshima, e si correggevano, purtroppo al peggio, gli effetti delle particelle leggere – elettroni, raggi beta – rispetto alle particelle pesanti e rispetto poi ai raggi gamma. E si diceva, “per fortuna” ora noi abbiamo un gigantesco laboratorio, che è Chernobyl, che ci consentirà di avere un studio molto più ampio e certificabile di quello che nel 1990 si faceva a 45 anni di distanza da quello che era successo a Hiroshima.
E’ veramente agghiacciante il fatto che se io, spinto anche dalla circostanza di questo convegno, interrogo le autorità scientifiche, la commissione internazionale per la radio protezione, l’associazione italiana di radio protezione, cioè tutti gli interlocutori scientifici autorevoli nel campo, mi trovi di fronte ad una povertà ed ad una carenza di informazione sugli effetti di Chernobyl estremamente preoccupante.

C’è un elemento di fondo con cui vorrei aprire le mie considerazioni, e cioè il fatto che, comunque si voglia presentare la situazione, Chernobyl è stata una vera e propria catastrofe per l’intera industria nucleare. Gli Stati Uniti erano usciti dalle ordinazioni di nuovi impianti nel 1978, perché il costo della sicurezza preteso dalle popolazioni era, per imprese private come le utilities dell’energia,  esorbitante rispetto ai benefici. Uscirono successivamente dalle ordinazioni di nuovi impianti Svezia, Spagna Austria, nel 1991 l’Italia; nel 1998 la Germania ha predisposto il suo percorso d’uscita, poi è seguito il Belgio, e Blair, recentemente, ha bloccato la costruzione di nuovi impianti nucleari in Gran Bretagna.
Nei mesi scorsi c’è stata molta attenzione da parte dell’opinione pubblica sui proclami delle istituzioni italiane sul rilancio della scelta  nucleare. Viene da sorridere di fronte a queste velleità italiane, se si pensa che Generation IV, il consorzio guidato dagli Stati Uniti che unisce un insieme di paesi nelle ricerche per la progettazione di nuove tecnologie nucleari, ritiene che forse nel 2030, se saranno risolti i problemi che oggi sono lontani dall’essere risolti, si potrà riprendere in considerazione la possibilità di realizzare prototipi di carattere industriale per il nucleare.
I dati: nel 2001 l’energia nucleare è cresciuta, in un anno, di 1750 megawatt. Questo aumento è dovuto a quei paesi, purtroppo, del  terzo e quarto mondo che possono, con economie molto centralizzate, fare quello che nei nostri paesi nessuno accetta più di fare. Solo un esempio di quel che succede in occidente: a fronte dei 1.750 megawatt del 2001, noi abbiamo avuto in un anno, nel solo settore dell’energia eolica, 6.500 megawatt di espansione.  

La riflessione su questo capitolo della vicenda nucleare pone un interrogativo più generale: sarebbe stato così se noi avessimo adottato, nei confronti di una particolare innovazione che viene da conoscenze scientifiche, un atteggiamento razionale e un approccio di tipo ETICO, che dovrebbe esse fondamentale della ricerca scientifica? Perché a seguito del momento entusiasmante della scoperta e della innovazione non fa seguito il momento della ricognizione  dei possibili effetti dell’applicazione di questa innovazione?
Questo non succede per la commercializzazione dell’energia nucleare, e questo è il punto determinante sul quale, anche in queste settimane, si scontra l’ambientalismo scientifico con le altre posizioni. Non c’è da parte nostra nessun pregiudizio sulla ricerca scientifica e sull’innovazione tecnologica ma un punto ci sembra irrinunciabile: la ricognizione degli effetti dell’applicazione della ricerca.
Vorrei rapidamente trattare l’argomento specifico del mio intervento, che porta il titolo Luci e ombre della scienza, cercando di evitare quei punti di vista a tutti noti: tutti ad esempio sappiamo che nella storia della scienza ci sono stati episodi o fatti estremamente critici e negativi per l’umanità. A cominciare dalla vicenda di Galileo Galilei, all’interazione difficile tra la società ed il mondo scientifico, a come la storia della scienza sia andata avanti attraverso processi tutt’altro che lineari, fino all’applicazione della scienza alla guerra. Sono questi aspetti del problema, che l’opinione pubblica conosce bene, che ci invitano ad una attenzione critica rispetto all’evoluzione delle conoscenze scientifiche. Marcello Ciri, nel nostro paese, ha studiato “la cultura del contesto” entro il quale si sviluppa la conoscenza scientifica, e ha mostrato come anche quelle stanze che all’opinione pubblica sembrano asettiche e oggettive, le stanze dei numeri, siano invece profondamente immerse e intrecciate con la cultura e con le vicende della società in cui la ricerca scientifica si sviluppa e come, di conseguenza, questo intreccio influenzi addirittura gli scienziati e i ricercatori nella stessa formulazione delle teorie.

Io credo che quello a cui stamattina noi dobbiamo rivolgere la nostra attenzione è la nozione di “incertezza prodotta”, nozione introdotta da Guiddens nel suo bel libro “Oltre la destra e la sinistra”. Che cosa è l’incertezza prodotta? E’ un fenomeno, chiamiamolo così, nato dapprima nelle società industrialmente avanzate ed estesosi poi a tutto il pianeta, come prodotto di quelle innovazioni scientifiche e tecnologiche che sono arrivate a caratterizzare i grandi eventi e il vero e proprio modo di vivere e di pensare delle persone. È questo quello su cui noi, credo utilmente, dobbiamo riflettere questa mattina per interrogarci su come noi possiamo, nell’interesse del bene della collettività, controllare questo fenomeno.

Per chiarire nello specifico cosa si debba intendere quando si parla di “incertezza prodotta”, vorrei indicare 5 ambiti specifici:

1.    Le malattie degenerative legate all’inquinamento: noi oggi sappiamo che una vita resa più lunga dalla sconfitta della mortalità neonatale e delle infezioni è resa tuttavia penosa dalle malattie degenerative che in grande misura dipendono dagli agenti inquinanti che noi assumiamo quando respiriamo, mangiamo, beviamo.

2.    L’effetto serra. Molti gruppi di scienziati e tecnici si siano battuti per ribadire che la vulgata di questo fenomeno non poteva essere quella presentata dal panel delle Nazioni Unite e cioè l’esistenza di una correlazione tra aumento di concentrazione di gas serra, in particolare di anidride carbonica, e aumento della temperatura al suolo, perché se le cose fossero così noi avremmo proiezioni secondo le quali, nel susseguirsi dei decenni, si scioglierebbero le calotte polari, aumenterebbero il livello degli oceani, Venezia andrebbe sotto acqua, con una scansione di tempi che certo non turba i sonni di nessuno. L’effetto serra non è questo! Sono i teoremi della grande fisica matematica della fine dell’800, i teoremi di Liapunov, i teoremi di Pointcarré, che ci mostrano che quando un sistema termodinamico subisce una variazione nei suoi aspetti strutturali, in questo caso il passaggio da 280 a 370 parti per milione di particelle della sola anidride carbonica, mutando la sua struttura la stabilità degli equilibri diventa instabilità. In definitiva i dinosauri avevano molte meno responsabilità di noi eppure sono scomparsi.

3.    Gli organismi geneticamente modificati. Resto sconcertato sul fatto che miei colleghi possano presentare questa innovazione tecnologica come se la struttura del materiale genetico fosse tale da permettere di svitare un pezzetto e, in modo deterministico, sostituirlo con un altro pezzetto portatore di benefiche proprietà. E chi non sarebbe entusiasta se le cose fossero così? Se io al mais posso inserire un pezzo del bacillus tauringensis in modo che assuma in proprio, senza rovesciare tonnellate di insetticida, la capacità di quel bacillo? Ma le cose non avvengono in questo modo: si sa che per ottenere questo risultato io devo prendere la macromolecola sulla quale voglio intervenire, devo mandare un virus che sia portatore del nuovo materiale genetico, devo sperare che avvenga l’ingresso del virus entro la molecola, e così via. Sono processi che sono governati da leggi di carattere probabilistico, non c’è alcuna certezza e nella formazione del nuovo organismo c’è una significativa probabilità di ottenere quello che voglio, ma ci sono anche molte altre probabilità, molti casi in cui ottengo ciò che non desideravo. Quali sono gli effetti per esempio allergenici ben conosciuti da ricercatori che lavorano sulle molecole modificate? È stata fatta, su larga scala, la ricognizione degli effetti a medio lungo termine? Resto sconcertato dal fatto che si possa dire che in fondo di merendine al mais transgenico non è morto mai nessuno, come se il problema, dal punto di vista biologico cellulare, si potesse porre in questi termini semplicisti!

4.    L’inquinamento elettromagnetico. Anche qui non si tratta di pensare che “c’è un elettrodotto e a una certa vicinanza di questo i bambini si ammalano di leucemia”. In taluni casi in cui era possibile una investigazione “pulita” è stata fatta ricerca ed un’ampia letteratura ha mostrato la correlazione tra dosi ed effetti. Ci sono due bellissimi studi curati da Paolo Bevitori con una enorme ricchezza di riferimenti bibliografici, ma, in generale, questa ricerca “pulita” è difficilissima perché purtroppo il tumore che noi conosciamo è un tumore che può essere originato da ognuno e dell’insieme dei campi di inquinamento dentro i quali noi siamo immersi. Riuscire a correlare quel tumore a quella causa, in presenza di una pluralità di cause, è a mio modo di vedere oggi assolutamente illusorio e scientificamente sbagliato. Quello che a noi interessa e che molti, tra cui l’oncologo emiliano Ravaioli che l’ha fatto con grandissima accuratezza e che poi Maltoni ha fatto in forma sistematica, è lo studio non di un organismo ma di singoli gruppi di cellule. Maltoni e Soffritti hanno poi progettato la sperimentazione sulle cavie ma di gran lunga più importante è studiare le cellule, e sottoporle all’agente che vogliamo conoscere per vedere cosa succede poi a quelle cellule sottoposte soltanto a quella causa. E anche qui la dovizia di letteratura sull’alterazione della cellula e dei meccanismi di trasferimento della membrana cellulare, delle pompe cellulari, di come le cellule esposte a irraggiamento alterano il trasferimento di sostanze, cito, una per tutte, la melatonina, una sostanza antiossidante che ha compiti di salvaguardia fondamentali per la vita. Questa alterazione dei comportamenti cellulari che effetti ha? Ha l’effetto di causare la leucemia? Non lo so, avrà vari effetti: dall’aumento di disponibilità al raffreddore all’aumento di disponibilità all’HIV. Ma quello che noi dobbiamo fare, il massimo che noi possiamo fare, è dire che noi dobbiamo preservare, dobbiamo proteggere da questi agenti di cui sappiamo l’influenza sui comportamenti cellulari, dobbiamo dunque scandire un percorso di precauzione che sia correlato con queste evidenze scientifiche che sono, ahimè purtroppo, inevitabili.

5.    l’ultima osservazione è un riferimento obbligatorio alla questione dell’energia nucleare e agli effetti della radioattività. La radioattività fu scoperta nel 1896 da Beckerel e poi tanti fisici, Curie e Ratherford e via di seguito, hanno portato avanti la ricerca sugli effetti, pagando un prezzo altissimo, proprio con le loro stesse vite. Oggi noi sappiamo che le dosi elevate di radioattività, hanno un effetto killer immediato che uccide subito l’organo che viene colpito, e purtroppo siamo ben consapevoli che l’effetto delle radioattività che più ci interessa è da correlare alle microdosi di radiazioni. E’ questo il motivo per cui l’energia nucleare oggi è ferma nei paesi in cui l’opinione pubblica è più attenta a queste problematiche. Nei confronti delle microdosi di radioattività non c’è oggi nessuna tecnologia sicura, nonostante l’enorme sforzo fatto in questa direzione, non abbiamo concepito nulla che sia capace di evitare il rilascio in condizioni di routine, non in condizioni di incidente, di dosi di radiazioni. Dal punto di vista della sicurezza degli impianti ci sono invece interessanti innovazioni: Carlo Rubbia, con la sua pistola a ioni pesanti, ha trovato un sistema estremamente interessante, ma quello che ci lascia ancora sconcertati è il rilascio di microdosi di radioattività, anche in riferimento all’enorme problema dello smaltimento dei rifiuti a lunga vita.
E allora se il nucleo del problema che dobbiamo affrontare è costituito dalla conoscenza degli effetti delle innovazioni tecnologiche che coinvolgono l’umanità intera (l’elettrosmog prodotto dall’energia elettrica cioè la cosa oggi a noi più familiare, l’effetto serra, l’uso dei combustibili fossili), cosa possiamo concludere?
Io credo che noi oggi, in quanto società matura, non possiamo evitare una critica nel senso pieno di questo termine, una critica matura, alle modalità entro cui si svolge la ricerca scientifica.
Noi dobbiamo mirare al controllo democratico della ricerca. Non è possibile che innovazioni tecnologiche che hanno effetti sulla vita di tutti vengano portate avanti e scelte solamente dalla comunità scientifica e dalle imprese che traggono profitto da queste innovazioni: la scelta deve essere ricondotta all’opinione pubblica, ai politici espressi dall’opinione pubblica, ai quali il tecnico non può che limitarsi a fornire, con la pluralità dei punti di vista dei tecnici, gli elementi su cui la scelta deve essere effettuata, dai cittadini e dagli eletti dai cittadini.
Non può essere una scelta sottratta al vaglio democratico, in quanto la democrazia di oggi, in conformità con l’idea di partecipazione contenuta nella Costituzione, non è democrazia se non ha voce in capitolo sulle scelte di carattere scientifico e tecnologico.
Questa idea di democrazia è in conflitto con la libertà della ricerca? Può darsi. La ricerca che noi facciamo oggi ha tanti effetti sul complesso della società che può darsi che questo avvenga. La direttiva dell’Unione europea sulla sperimentazione in campo aperto degli OGM è oggi giustamente talmente restrittiva da rendere questa sperimentazione quasi impossibile, ma è giusto che si proceda in questo modo. Noi abbiamo bisogno non di meno ricerca, abbiamo bisogno di più ricerca di base che ci permetta di capire più in profondità gli effetti e rischi connessi con le innovazioni  prima di pensare di poterle applicare.
Io credo che un’opinione pubblica matura sia in grado di fare le sue scelte e anche decidere che certi rischi sono rischi non eliminabili, ma devono essere i cittadini a deciderlo sulla base di una informazione chiara e precisa sugli aspetti del rischio.
Credo che una spinta in questa direzione verrà se l’Unione Europea ritirerà definitivamente la direttiva 98/44 sulla brevettabilità del vivente, oggi recepita solo da 5 paesi e non accolta dalla maggioranza dei paesi europei. Il ritiro di questa direttiva potrebbe essere una ottima scelta perché ci permetterebbe di vedere se la ricerca scientifica, privata degli aspetti di profitto economico, abbia ancora questa spinta alla continua espansione delle conoscenze.

Una parola d’apprezzamento veramente sentito per  questo tentativo di ridare voce a Chernobyl di Legambiente: ringrazio anche, da cittadino, la collaborazione tra la Regione Emilia Romagna e Legambiente per il progetto Ambulatorio Mobile. Spero che ci saranno le risorse per espanderlo, spero che tutti quelli che continuano a recitare giaculatorie ottimistiche sul primato della nostra civiltà abbiano un momento di vergogna di fronte alla situazione di quei paesi per i quali continuiamo a non fare nulla.
In uno degli ultimi Consigli dei Ministri a cui ho partecipato all’ultimo momento si poté bloccare l’iniziativa di alcune imprese italiane che volevano prendersi la loro fetta di profitto andando a vendere sicurezza nucleare agli impianti dei paesi dell’est, quando tutti  noi sappiamo che impiantare la sicurezza nucleare occidentale su impianti concepiti con una ingegneria diversa è una operazione pessima e ancora più rischiosa.
Chiudo con una raccomandazione: spero che la comunità scientifica, l’opinione pubblica e, vista la concretezza, Legambiente, possano in modo sinergico portare avanti una iniziativa volta a chiarire i rischi specifici legati all’utilizzo bellico dell’uranio impoverito. Noi siamo andati nel Kossovo con motivazioni di carattere umanitario, di fronte alle quali mi inchino, ma abbiamo portato a quelle popolazioni un danno di gran lunga peggiore di quello che volevamo evitare. E il fatto particolarmente grave che ancora oggi alcuni paesi, in particolare gli Stati Uniti, facciano una resistenza dura e passiva alle organizzazioni (in particolare all’UNEP delle Nazioni Unite) che si occupano della mappatura delle zone contaminate da uranio impoverito. E’ indispensabile  che si possa giungere, in breve tempo, a fare una precisa ricognizione delle zone contaminate per impedire che i bambini le frequentino, per impedire o in qualche modo limitare la percolazione di uranio impoverito e degli isotopi che per decadimento, in centinaia e centinaia di anni, andranno a contaminare le falde. E’ questo un atto di responsabilità che ci coinvolge direttamente e mi auguro che la comunità internazionale e tutti noi possiamo in futuro. Fare per il Kossovo quello che non  abbiamo fatto per l’Iraq, quello che non abbiamo fatto per Chernobyl. Grazie.

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