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Categoria principale: Atti e Convegni
Categoria: Dare voce al silenzio
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Prof. Andrea Canevaro
Direttore Dipartimento Scienze dell'Educazione - Università di Bologna

 

Ringrazio per le parole gentili e credo che adesso il compito di continuare il convegno sia molto arduo perché ci siamo portati ad un livello molto alto, che bisogna mantenere.

Un bambino e il mistero della morte
Mentre ascoltavo Sergio Zavoli mi è tornata alla mente una testimonianza personale su un episodio contemporaneo all’epoca dei fatti di Chernobyl. Riguarda un bambino che visse la morte del padre di un suo compagno di scuola, partecipò al funerale, assistette alla sepoltura e quindi domandò che cosa sarebbe successo dopo. Chiese ad una delle sue maestre cosa sarebbe accaduto a quell’uomo, a quel padre, e la maestra, imbarazzata, non diede una risposta. L’imbarazzo, mi disse poi, era quello di non conoscere esattamente le credenze e le convinzioni della famiglia e quindi di essere un po’ esitante ed impacciata a dir cose che potevano in qualche modo mettere in difficoltà o contraddire la famiglia, per cui rimase evasiva. Le domande continuarono, la curiosità di questo bambino era forte, voleva capire cosa accadeva attraverso la morte e questo capitò nel momento in cui avvennero i fatti di  Chernobyl. Quell’anno, non ricordo la sequenza, ma avvenne anche quell’altro fatto tragico, pur di altre dimensioni, del metanolo.
Questo bambino cominciò ad avere l’idea che una situazione così misteriosa come “il morire” avesse a che fare con l’insalata e con i conigli, e che quindi bisognava non mangiare. E che avesse a che fare anche con le bevande, con qualcosa che si addizionava a quello che si poteva bere. Il mangiare e il bere erano diventati una minaccia e il bambino cominciò ad avere una vita molto perturbata, sonni agitati, insonnia, agitazione.
Iniziò quel pellegrinaggio che può accadere che le famiglie compiano, in  conseguenza, e lo dico con grande rammarico, del generale e diffuso discredito di cui sono oggetto le strutture pubbliche. Non vi fu infatti, da parte dei genitori, il rivolgersi direttamente ad una struttura territoriale ma il cercare aiuto attraverso le amicizie: i genitori cercarono notizie su chi poteva essere di aiuto al figlio e attraverso questo pellegrinaggio arrivarono a me. I genitori di questo bambino, come succede spesso, parlarono del problema con lui presente ma come se fosse assente: a me piace che si parli con presente un bambino, ma solo se si considera la sua presenza. E invece parlavano come se lui non fosse un interlocutore attendibile, parlavano di lui come si parla di un oggetto di arredo, un oggetto inanimato presente nella stanza. Chiesi ai genitori di rimare seduti dove eravamo ed uscii per fare insieme a questo bambino una passeggiata all’interno dell’edificio che ci ospitava. Durante il percorso gli proposi una cosa che ho abitudine di fare, gli dissi “Ti andrebbe bene se ci scrivessimo?, comincio io una corrispondenza con te e tu mi darai risposta”. Ed il bambino disse si.
Allora rientrammo: non avevo una risposta per i genitori, mi pareva opportuno non dare una risposta a domande che lui in quel momento non mi poneva. Me le ponevano i genitori ma lui non me le poneva. Io dovevo trovare un modo per dire ai genitori “Me ne occupo, però solo attraverso un contatto diretto con il bambino”. Li informai che avevamo deciso di scriverci e li pregai di rispettare il fatto che la corrispondenza avvenisse tra noi due, tra me e il bambino. Li pregai di non interferire, di non spingere il bambino a rispondermi se non ne avesse avuto voglia e di non leggere assolutamente mai la nostra corrispondenza.
La nostra corrispondenza andò avanti abbastanza bene sino a quando mi capitò, un po’ volutamente se volete, ma era un fatto vero, di raccontare che era morto il criceto che avevo in casa. Questo fatto della morte del criceto permise a questo bambino di domandarmi cosa sarebbe successo del criceto. Utilizzai una formula di risposta che ho utilizzato spesso e che mi sembra rispettosa di molte convinzioni e credenze, e cioè dissi che quel criceto “era andato nostro ricordo”. “Dove è andato a finire?” “È nel nostro ricordo.” Allora lui domandò ancora,  per cui gli spiegai che quello che contava di quel criceto era stabilmente nel nostro ricordo. E’ tanto vero che a distanza di anni lo racconto ancora adesso. Il criceto era nella nostra memoria e nel contempo c’era una parte di lui, il suo corpo inerte che non si muoveva più, che era andato a finire sotto terra… Questa spiegazione mandò avanti la corrispondenza: dura tuttora e quel bambino adesso è un uomo

Il pensiero orizzontale.
Questo accadde appunto 15 anni fa, cioè quando eravamo 5 miliardi sulla terra. Io credo che sia utile ricordare brevissimamente, cosa che sono portato a fare spesso, una breve rappresentazione della nostra demografia.
Noi, ragionando contabilmente secondo l’era cristiana, abbiamo impiegato  molto tempo, ossia fino al 1804 per arrivare ad un miliardo di persone; abbiamo impiegato relativamente poco tempo per raddoppiare perché ci siamo arrivati nel 1926, poi, nel 1960, siamo arrivati a 3 miliardi. E  poi il ritmo è cresciuto. Siamo a 6 miliardi… diventeremo rapidamente 7 miliardi. E questo cambia tutto, cambia anche “le proporzioni del rischio” che prima descriveva Gianni Mattioli: se prima un  rischio poteva essere, in qualche modo, ancorato ad una porzione della Terra e potevamo dire “questo riguarda chi vive là” adesso siamo in presenza di un ritmo di crescita della popolazione molto più rapido, talmente veloce che diventa un elemento difficilmente comprensibile per il nostro pensiero. E in questo contesto di mutamenti repentini e ingovernabili, stiamo sviluppando la nostra capacità di pensare, la nostra attenzione, sempre più ad un livello solo orizzontale. E’ un’ipotesi e mi interesserà, nel tempo, verificare per vedere se è giusta e corretta. Ne parlava Sergio Zavoli facendo riferimento a McLuan e al villaggio globale: nella situazione in cui ci troviamo, che è accompagnata anche da uno sviluppo imponente della mole di informazioni che circolano, la concentrazione della nostra energia sta sviluppandosi solo sul livello che chiamo orizzontale. Cioè noi siamo molto vincolati alle novità, a ciò che è attuale. Si è dimenticato Chernobyl per tante ragioni, anche sporche ragioni, però anche per tante altre situazioni è avvenuto la stessa dimenticanza. Capita che si dimentichi un fatto che, quando è avvenuto, ha riempito per molto tempo schermi e giornali. Poi a questo fatto viene sovrapposto un altro evento, uso questa parola che mi sta diventando fortemente antipatica, e via, via, successivi eventi… Allora tutta l’attenzione viene concentrata sull’attualità.
Perdonate la battuta ma in questo modo si può “tranquillamente governare raccontando un mucchio di balle”, perché si può fare in modo che si dica una cosa oggi che è esattamente il contrario di quello che si diceva ieri l’altro, tanto tutti l’avranno dimenticata e comunque, anche se non l’avranno dimenticata, tutti sono molto più attirati, calamitati, fortemente concentrati, sull’attualità: non c’è la dimensione verticale, quella che possiamo considerare la genealogia, l’albero genealogico degli eventi, degli avvenimenti, delle persone, delle cose e dei materiali.
Questa perdita della genealogia, delle radici, rende tutti noi molto più vulnerabili.
In questo contesto dobbiamo porre anche l’esperienza attuale del proliferare delle iniziative a favore dei bambini, che è un fenomeno molto interessante ma anche, per alcuni aspetti, preoccupante. Si sta verificando, soprattutto nella dimensione sociale delle piccole comunità, che si sia messa in moto una forza organizzativa straordinaria che produce addirittura la capacità di accoglienza di bambini, ossia la capacità di costruire delle forti relazioni di solidarietà. Tale forza però, proprio per la mancanza di verticalità, di radici, rischia poi sempre, anzi, spesso (non si può dire sempre perché non abbiamo mai il sempre nel nostro vocabolario) di degenerare fortemente, fino ad esaurirsi.

Una bambina e la condivisione del dolore.
Voglio fare ancora un riferimento a fatti recenti. Sono stato coinvolto professionalmente in un fatto di sangue, evito di dir dove e come ma è una storia riconoscibile. Ho esaminato la situazione che vivevano i bambini che, in quel fatto di sangue, si sono trovati coinvolti. Si è trattato della morte – avvenuta per uccisione – di una mamma e moglie e del problema, e sembrava un forte problema, che le famiglie coinvolte fossero dello stesso paese, e i figli, in particolare due bambine, fossero in classe insieme: erano rispettivamente la figlia della donna assassinata e la figlia dell’uomo che l’ha uccisa.
Il buon comportamento, accettato e vissuto con molta forza, anche piangendo insieme (ma la forza non è nel non piangere, la forza è un’altra cosa), adottato da parte del marito della donna uccisa è stato veramente l’elemento che ha messo in moto qualche cosa di nuovo e di positivo. Lui ha parlato alle sue figlie,  accettando questa parte con grande convinzione, dicendo “noi dobbiamo sopportare un grave dolore insieme alle figlie dell’altra famiglia che è causa del nostro dramma, della nostra tragedia”. Così, in questa maniera, la bambina che ha perso la mamma è stata lei stessa a comunicare alla bambina della famiglia della persona che ha ammazzato che cosa era successo, e glielo ha comunicato dicendo <per questo dobbiamo essere più amiche e più capaci di andare avanti insieme>. Questa è una cosa straordinaria che ha insegnato  anche agli adulti cosa dovevano fare. Tutto questo, se può essere d’aiuto a capire meglio, non è stato una azione di buonismo (parola che è diventata poco bella, di maniera) bensì un’azione di piena accoglienza della realtà, fatta anche di episodi, di battute, per noi adulti, crudeli. Le bambine che sono state vittime di queste storie hanno acquisito la capacità di capirne il senso di una battuta e non di viverla come offesa e ferita profonda. Porto un esempio: è stato trovato nello spiazzo antistante alla scuola un topo di campagna morto e un bambino ha detto a quella bambina “questo è morto, come la tua mamma”. E’ crudele, molto crudele, però il clima che si è creato ha permesso anche di accogliere queste cose nella dimensione che hanno, nella battute dei bambini, quindi avere quella forza grande che permette di essere amici e, nell’amicizia, di essere solidali, nell’amicizia non mascherare, non fingere, non edulcorare, non avere tutto zuccheroso, e dire anche qualcosa di sbagliato correggibile e
non tale da rompere ogni relazione. Questo mi sembra un piccolo passo, un micro-episodio, ma allo stesso tempo una luce, un faretto perché proviene da una piccola realtà, ma comunque una luce.

Le buone prassi
Queste storie vanno raccontate nei modi e nei luoghi giusti. Ne ho parlato prima a Sergio Zavoli  e lui mi ha detto “non ne ha parlato nessuno”, e io dico che è meglio che non ne parli nessuno, meglio che si possa farne comunicazione diretta qui, con vero piacere, con persone che si occupano di bambini, perché l’episodio che ho raccontato è una cosa bella e positiva e parlandone qui non corriamo il rischio di farne un pezzo da rubrica del cuore.  
Ecco allora qui, insieme a voi, voglio fare un ragionamento molto schematico che ci riguarda.
L’accogliere dei bambini e delle bambine, il vivere delle relazioni d’aiuto è un evento molto importante che sicuramente fa dire “c’è del buon cuore, è una buona azione.” Ma ci accontentiamo? E no, non ci accontentiamo affatto, anche perché sappiamo come le azioni buone e il buon cuore possano poi essere collocate in quadri che sono esattamente il contrario di quello che desideriamo.
Allora bisogna che ci ragioniamo, non oggi, ma sempre, per capire come si collega una buona azione al nascere di buone prassi.
Una buona azione: siamo contenti che ci sia, ma se è finita lì e tutto il resto rimane tale è quale, non genera buone prassi. Abbiamo bisogno di buone prassi, di organizzazioni che non si facciano sorprendere.  
Io mi occupo di disabili ed è una cosa antipaticissima, ma assolutamente coerente con il tipo di impostazione che abbiamo dato al nostro mondo, che ci si stupisca ogni volta che arriva un disabile. Solo quando arriva ci si attrezza e si corre ai ripari. Diamoci una organizzazione che stabilmente permetta di considerare tutta la realtà, che comprende anche le persone disabili. Non può essere una sorpresa l’arrivo di un disabile, lo sappiamo che queste persone ci sono.
Le buone prassi, rimanendo dentro questo esempio, sono queste: organizzare, in termini di una certa stabilità, la possibilità che possa arrivare un disabile. Poi però bisogna che questa buona prassi diventi un’azione sociale ed una partecipazione del singolo. Ho già raccontato mille volte che, una domenica mattina, percorrendo un’autostrada pressoché deserta ad ora insolita mi sono fermato per prendere un caffè. C’era un camioncino che si era messo proprio sulla piazzola per disabili che non è un posto che vale l’altro perché ha la possibilità di essere vicino a quello scivolo che evita il gradino e ha una sua logica, e ho detto, “possibile che lei…”. Non ripeto alla lettera le parole che ho ricevuto di ricambio, perché mi ha chiesto se ero io un handicappato, e poi ha aggiunto, in una foga che era anche simpatica perché le persone sono simpatiche, “se io incontro un handicappato io sono pronto a prenderlo in braccio e portarlo dove vuole”. E io dico “non è questo che vorremmo, noi non vogliamo delle azioni eroiche, vogliamo delle azioni civili, che sono due cose molto diverse”.
Bisogna stare attenti,  noi siamo qui con il nostro  patrimonio di azioni che da lontano, e anche da vicino, potrebbero essere definite azioni eroiche, azioni del buon cuore: poi bisogna vedere se vanno al cervello oppure se diventano subordinate a un cervello che va in un’altra direzione.

Parliamo della Bielorussia, parliamo quindi di un paese in cui si può con grande facilità contare i disastri umanitari che combiniamo un po’ dappertutto. Possiamo con il nostro aiuto avere indotto in quel paese l’assistenzialismo. E’ un paese che ha grandi bisogni anche di tipo economico, cui noi forniamo delle assistenze. Le assistenze permettono di avere quel po’ di giro di denaro che è meglio di niente, e allora è chiaro e facile che si abbia una situazione in cui si cerca di non accelerare un economia, di non accelerare un’assunzione di responsabilità più autonoma, ma di mostrare sempre la necessità di essere assistiti. Il vittimismo, l’assistenzialismo, è fatto di queste complicità, perché sono complicità: non si può dire che “son loro”. Son loro niente! La possibilità di partecipare a questo è il rischio maggiore, ed è facile che ci caschiamo, anche a non volere. Però dovremmo avere un altro modello in testa, e cercare di fare di tutto per arrivare a farlo diventare realtà.

La cooperazione
Sarebbe ad esempio molto utile, io lo dico spessissimo a Gianluca Borghi, sarebbe molto importante che noi riuscissimo ad avere una lista delle aziende italiane che stanno investendo in Bielorussia e vedere se ci sono anche, tra queste, aziende che hanno una dimensione – si dice così – etica e hanno anche delle attenzioni, per lo meno sanno ascoltare, sanno dialogare. Queste aziende possono diventare interlocutori di un  progetto in cui la parte del buon cuore rimanga, per carità ci mancherebbe, però entri in un organismo che sta muovendosi tutto in una certa dimensione che è quella della cooperazione.

Molte volte il termine cooperazione è un termine usato male, abusato. “Continuiamo ad assistervi fino a quando avremo il finanziamento, poi quando questo finisce…”. E’ una situazione ben complicata, tra l’altro avendo noi un Ministero degli Esteri che non è credibile per le grandi agenzie internazionali, che hanno cominciato, ad esempio la Croce Rossa Svizzera, a dire che non passa più niente, non passa un copeco come si diceva una volta, attraverso il Ministero degli Esteri italiano perché non ci fidiamo, chissà cosa combineranno…
Comunque questa situazione permette, perché forse è più chiara che in passato, di capire quale può essere il collegamento con un’azione di sviluppo e come possa partire dai bambini, dall’ascolto dei bambini e delle bambine, una necessità di maggiore coerenza da parte nostra, di una coerenza che vada avanti, altrimenti limitiamo il nostro intervento al buon cuore.

Se per esempio i bambini di cui vi parlavo, quelle bambine che sono state così solidali, ci dessero qualche non dico garanzia perché non chiedo tanto, ma qualche possibilità di sperare seriamente che crescendo mantengano questo atteggiamento e lo estendano, che non diventi ne una chiesuola piccola tra loro ma gli altri, se rimarranno accoglienti, capaci di capire, noi avremmo molte più possibilità di sperare. E questo dipende da noi. Perché dagli adulti dipende come crescono i bambini. Noi separiamo, molto abilmente per truccare la partita, l’infanzia dal resto. Accogliamo si, ma accogliamo bambini. Non miriamo alla possibilità che questo intervento diventi un rapporto di popoli, che diventi una possibilità di creare quello che poi nei fatti si è già avviato con l’accoglienza dei bambini e delle bambine di Chernobyl, cioè si è avviata una grande diplomazia popolare fatta di relazioni tra le persone e non solo tra i governi. Tutto ciò non deve essere limitato al contesto del buon cuore, perché non si possono affrontare battaglie con armi con cui si è già perso in partenza. Dobbiamo avere anche l’intelligenza di saper muovere le pedine, non buttandosi allo sbaraglio a chiedere cose impossibili, ma avere sempre questa necessità di grande coerenza alle buone prassi.

La resilienza
Io vorrei concludere un po’ retoricamente il mio intervento con due brevi passaggi. Il primo: l’accoglienza può essere assistenzialismo oppure può essere un forte contributo alla educazione alla resilienza, qualità così importante nel nostro tempo. Resilienza è un termine che viene dall’edilizia, dalla fisica, e significa che un materiale pressato se non raggiunge il carico di rottura, si comprime, va sotto stress, ma se riprende un po’ di spazio ritorna alla sua forma. I bambini e le bambine possono essere compressi, avere uno stress e la riapertura d’aria, che vuol dire di orizzonti, orizzonti mentali.
Attraverso il progetto dell’ospitalità arrivano bambini e bambine, mediatori, accompagnatori, un’operazione, chiamiamola così, di manutenzione: “vediamo un po’ di metterli in condizione di ripartire con una salute un po’ aggiustata”. Se però se questo si accompagnasse con la possibilità di avere un orizzonte più ampio, aumenterebbe la loro capacità di resistere alle pressioni agli stress che indubbiamente, viste le previsioni non troppo rosee che abbiamo in questo mondo, ci saranno. Se però pensiamo di proporci come i protettori, lo scudo umano che protegge dagli stress, è assolutamente fuori discussione che abbiamo già perso. Mettere invece in moto un’educazione alla resilienza, cioè alla capacità di avere più ampiezza, più spazio intorno, orizzonti più ampi e di avere capacità di trovare risorse in se stessi, di non doverle sempre chiedere negli altri ma di accumularle con gli altri, metterle insieme, intrecciarle più che accumularle, è molto importante.

La speranza
Ricordo un gran personaggio che ho incontrato in Ruanda, il decano dell’Università del Ruanda, persona già in età avanzata. Ricordo il suo nome come per un europeo è memorizzabile, non ricordo il suo nome africano, Jean D’Amassaile, una testa  un po’ rovinata perché sfondata dalle bastonate, una vita in cui la sofferenza c’è stata sicuramente, una persona piena di speranza, umanità, buon umore, saggezza, capace di arrabbiarsi davvero soltanto è se uno per caso gli domanda se è Hutu o Tutsi. Se succede va un po’ fuori dai gangheri. Per la strada, nella capitale, tutti lo salutavano con grande amabilità. Ho saputo da chi mi accompagnava, che proprio la persona che in quel momento, per strada, lo stava abbracciando era una delle persone che lo avevano tenuto in prigione… Il decano aveva un lungo periodo di prigione alle spalle.
Capita che uno, rivolto a me, mi dice “ti ha raccontato cosa combinava in prigione?”, e lui, schernendosi, diceva no, no e allora, lui presente, mi viene raccontato che in prigione non aveva più niente, era ridotto in mutande, avevano celle dove potevano stare solo in piedi, perché tale era l’affollamento: di notte erano messi in cella, di giorno li lasciavano andare fuori, e fuori si trovava con questa popolazione che non aveva un domani, era totalmente disperata, sembrava bastasse niente per morire, per finire. Allora lui si è messo in testa una idea che nasceva da una domanda “che cosa posso fare per dare una mano, per essere risorsa?”. E lui mi ha detto “è proprio quel “dare una mano”, che si usa anche in francese, che mi ha suggerito l’idea, io non lo avevo mai fatto e non ci credo poi tanto, ma ho inventato che sapevo leggere la mano”. Ecco che si è messo lì e ha cominciato a diventare la persona più popolare della prigione perché parlava del domani e sapeva confortare, dire qualcosa che non fosse “siamo qui e non sappiamo se avremo un domani”.
Questo mi pare che sia il grande sforzo di essere capaci di resilienza, di non essere mai sconfitti e saper sempre resistere.

Termino con una cosa un po’ retorica: ho trovato un bel titolo, poi il libro non è bello come il titolo, è un libro canadese che si intitola "l’urlo del dolore e il bisbiglio della speranza".  
Siccome nel titolo di questo convegno si fa riferimento al silenzio, e, pensavo prima, confermato poi dall’intervento di Sergio, come sia difficile oggi trovare una televisione che non sappia, per farsi ascoltare, che rappresentare il dolore attraverso protagonisti che giocano a chi urla di più per farsi ascoltare, con qualche ragione magari, ma all’interno di un meccanismo stravolgente, terrificante, il meccanismo della “ragione di chi urla più forte”.
Ecco l’importanza di quel titolo, un po’ retorico, ma che vi lascio quasi come una consegna: fate un’azione più in là della meravigliosa accoglienza ai bambini e alle bambine, fate un’azione che non urli, per poter avere la possibilità di ascoltare il bisbiglio della speranza.