Sergio Zavoli
Un giornalista nei territoi contaminati
Io andai a Chernobyl a un anno di distanza dallo scoppio alla centrale; fu quel viaggio il frutto di una lunga sequenza di incontri, colloqui, telefonate, telegrammi attraverso l’ambasciata Sovietica con Mosca, fino a quando un poco speculando sulla figura pubblica della RAI fu quasi posto un termine istituzionale e le autorità sovietiche accondiscesero questo viaggio e queste riprese e noi arrivammo attorno a Chernobyl quando c’era ancora un grande cordone sanitario, che comprendeva 30 Kmq a rischio.
C’erano ancora ben visibili i casamenti per la moltitudine di soldati che avevano partecipato al primo tentativo di decontaminazione.
Voi già sapete che si trattò di prelevare 20 / 30 cm di terreno da trasportare altrove e non di meno questo terreno è rimasto radioattivo.
Potemmo caricare le nostre apparecchiature su una piccola corriera, di quelle che collegano il nostro appennino e i piccoli paesi, può essere un autobus per gli emigrati delle scuole.
Partimmo in direzione di Chernobyl e arrivati a una certa altezza cominciammo a vedere i mezzi che bagnavano in continuamente la strada per evitare che il continuo passaggio delle macchine alzasse la polvere.
Poi fummo fermati ad un posto di blocco e lì caricati su un altro mezzo e in posto di blocco le macchine venivano “decontaminate” così si diceva allora, in realtà erano ancora interventi molto parziali, credo inefficaci!
Arrivammo alla centrale, fummo vestiti di sana pianta, camici bianchi, scarpe e così conciati entrammo in questo grande impianto.
Attraversavamo di tanto in tanto i piccoli posti di controllo dove controllavano la radioattività che noi potevamo già avere assorbito; quando arrivammo al terzo posto, quello contiguo al blocco esploso, c’era una strana atmosfera, io la ricordo bene anche per un senso di nausea, anche per l’odore; tutto questo linoleum verde, ondulato, come si vede nelle vecchie strutture di una volta, quasi in disuso, lo stato di degrado si manifestava quasi sempre con questa ondulazione del materiale.
Al centro c’era, veramente imponente, silenzioso e un po’ totemico, questo motore di proporzioni per me inconsuete.
I funzionari della centrale avevano circondato questo motore di piante sempre verdi, quasi a voler dire che dove vive una pianta può vivere l’uomo e che tutto sommato non era successo granché di grave.
Giravamo intorno a questa specie di catafalco, con tutti queste piante verdi intorno, proprio con l’aria di visitare qualcosa di molto funebre, di molto allarmante.
Insomma c’era un atmosfera molto misteriosa e molto inquietante, anche per il grande silenzio che aleggiava in tutta la centrale in contrasto con le marce militari che venivano diffuse nel grande cortile interno, dove sembrava che un numero sterminato di persone stesse godendo dell’ora d’aria come nelle carceri: passeggiavano sotto queste marce che incombevano.
E noi invece dentro, nella solitudine, nel silenzio, in questa specie di sacrario mostruoso. Ci fu detto che non avremmo potuto riprendere il cosiddetto “sarcofago” se non ad una certa distanza che venne stabilita: una misura che poi, col tempo, io trovai assolutamente ridicola, perché ci si contaminava a chilometri di distanza, per cui il fatto di essere 10 metri più o meno vicini al sarcofago mi sembrò davvero una cautela di genere retorico, propagandistico, mera apparenza. Ci venne inoltre indicato quello che invece era il fattore di cautela più significativo: ci chiesero di rimanere per un tempo non superiore ad un certo numero di secondi. E noi abbiamo fatto la prima trasgressione, nonostante gli inviti di Kovalenko, il responsabile di questi 30 chilometri a rischio.
Il nostro fonico, per esempio: avevamo la pretesa di registrare quella specie di sibilo, lontano e indecifrabile. I fonici hanno spesso la tentazione di registrare persino il silenzio, per cui figuratevi l’interesse per questo vago sibilo che poteva ricordare in qualche modo il momento della fuoriuscita di questo misterioso invisibile elemento che andava a portare la morte dove passava.
Il nostro fonico lavorava come fanno i fonici nell’emergenza, tenendo il piccolo nagra in terra e accovacciati di fronte a questo piccolo strumento di registrazione e lo fece in una misura improvvida. Eravamo del tutto digiuni, d'altronde, in materia, né, per la verità, fummo ammaestrati come si sarebbe dovuto. Sta di fatto che questo giovane fonico della Rai, si chiamava Alfonso, è morto di un tumore ai testicoli, una delle conseguenze più comuni dell’esposizione alle radiazioni. Il fatto di stare quasi a contatto con la terra per un certo tempo lo aveva contaminato in modo irreparabile. Farà poi il giro dei grandi ospedali, dei grandi clinici. E mentre in Italia c’era la tendenza a diminuire la gravità del caso, in Francia il Prof. Matthieu stilò un referto chiarissimo e inequivocabile: tumore prodotto da radiazioni nucleari. Ne morì. Non ho mai saputo degli esiti della causa che pure era stata intentata. Io e le persone della troupe testimoniammo in favore della verità cioè raccontammo come erano andate veramente le cose perché la famiglia potesse avere un qualche risarcimento.
Il pomeriggio fummo portati a Prepiat, che veniva comunemente chiamata “la città morta”. Era effettivamente una città completamente disabitata e colpivano alcune immagini, per esempio una grande giostra e si vedevano sui balconi gli oggetti lasciati dalle persone subito dopo lo scoppio. Si vedevano dei tricicli abbandonati dai bambini, si vedevano persino dei panni stesi: tutto era rimasto immobile, statico, come se qualcosa di assolutamente incomprensibile avesse congelato tutto quanto, fermando il tempo in questa fissità mortale, che faceva un’impressione veramente terribile.
Ad un certo punto sentimmo che il geiger, che avevamo al braccio, cominciava a mandare segnali. Allora Kovalenko, la persona che aveva il compito di condurci nella visita, preoccupato ci disse: “Via, via, via” e ci portò al di là di un grande caseggiato che doveva essere un edificio civico della città. E lì il geiger tacque. Ci fu spiegato allora che con i nostri strumenti si poteva rilevare un tasso maggiore o minore di radioattività e il segnale del geiger, maggiore o minore, era segnale di pericolo.
E c’era un giovane operaio che da solo in modo paradossale, incongruo, inspiegabile, stava zappando un pezzetto d’orto. Ci avvicinammo e gli chiedemmo come mai fosse lì, cosa stesse facendo. Quello si voltò e disse: “Ecco, vede, quella là è la mia casa”.
Gli chiedo: “ Lei è andato a vedere?” “Sì, sono andato – mi risponde - è tutto polveroso, è tutto silenzioso, è tutto fermo. Ma noi un giorno torneremo”.
Gli chiedo ancora: “E la sua famiglia?” “La mia famiglia è a 100 chilometri da qui.”
Lo incalzo: “Ma Prepiat è una città morta…” “Sì, dicono che sarà morta per centinaia di anni, ma noi non ci crediamo” e si mise a ridere.
Si alternavano questi momenti paradossali, di relativo ottimismo, persino di normalità, alla precisa sensazione di stare vivendo qualcosa che invece aveva segnato la storia dell’umanità in un modo assolutamente emblematico e forte, tale da segnarci in quel momento e, si capiva già allora, per sempre.
Rientrammo nella centrale e avevamo visto abbastanza per fare le prime riprese. Dalla parte dove si sviluppò il primo fiato dello scoppio c’era un piccolo bosco di pini marittimi, di quelli molto storti, sghembi, contorti, ebbene erano tutti piegati da una parte e avevano assunto una natura curiosa, vetrosa, erano quasi trasparenti, di colore arancione, sembravano quasi vetrificati.
E allora noi ci chiedemmo: “Ma come è possibile che queste persone ci prendano in giro con una notizia che ha l’aria di essere del tutto falsa? come può essere vero che in quella tragedia siano morte soltanto 12 persone, i famosi 12 pompieri di Kiev? Come è possibile?”
Fino a qualche giorno prima noi eravamo alloggiati a Kiev e ci avevano portato a vedere il cimitero delle foglie. Quell’anno la primavera aveva avuto appena il tempo di annunciarsi, le foglie delle betulle erano ancora piccole, tenere, di un verde chiaro chiaro, quando una selva sterminata di mani le strappò dagli alberi. Le foglioline erano tutte contaminate, perché il primo passaggio della nube radioattiva aveva investito Kiev in modo massiccio. E allora si era pensato di ricorrere a questa misura di prudenza, strapparle una ad una dagli alberi per realizzare un “cimitero delle foglie”, un’area sterminata, pieno di foglie, affollata di camion che continuavano a riversare foglie. Le foglie sembravano le uniche vere vittime dell’incidente nucleare.
E noi ci chiedevamo cosa ne sarebbe stato della gente, dei bambini, degli abitanti di Prepiat e dei soldati che furono fatti sfilare in trentamila, uno dietro l’altro, sul luogo dell’esplosione, con un badile per gettare una badilata o due o tre al massimo, di piombo, antimonio e sabbia sul nocciolo ardente. Avevano il tempo di fare questo gesto e sfilare. Potevamo immaginare soltanto ai tempi dei faraoni trentamila persone con un badile e fare tutte lo stesso gesto, per scongiurare non si sa cosa. Furono fatti intervenire anche gli elicotteri, ma subito si resero conto che non si poteva stare sulla verticale del sarcofago e allora, per non mettere a rischio gli equipaggi, fecero intervenire elicotteri guidati da robot che però perdevano la bussola e si disorientavano per effetto non so di che cosa, e due precipitarono.
La situazione complessivamente ci faceva credere che ci nascondessero le informazioni ed occultassero la verità. E quando io chiesi di poter visitare un piccolo cimitero, nel luogo più vicino a Chernobyl, mi accorsi che avevo spinto la mia curiosità al di là del lecito: mi fu risposto che questo non rientrava nei patti e mi fecero l’elenco delle cose che loro avevano accettato di mostrare. La visita ad un cimitero non figurava nell’elenco. Dissi: “Passeremo da quelle parti, sarebbe curioso andare a vedere, anche per aggiungere una nota di costume, come è fatto un cimitero di campagna in Ucraina”. “No, questo non si può fare”. Però vidi un piccolo conciliabolo tra Kovalenko e altri due o tre funzionari civili, tra cui un ingegnere, il quale aveva il compito, secondo me, di rappresentare l’ottimismo, la bonomia, la sottovalutazione dei fatti, la cordialità, l’amicizia tra i popoli, il vogliamoci bene e il sostenere, comunque, che non era successo niente.
Ed era, invece, uno dei famosi “commissari politici”, e da lui lo stesso Kovalenko, che pure era un’autorità per la nostra piccola troupe, riceveva ordini.
Sta di fatto che la mattina dopo, mentre percorriamo la strada che porta a Chernobyl, che è come la fettuccia di Terracina dritta dritta e deserta, vediamo che arriva un Tir sovietico militare e, inopinatamente, non so dire perché e come, questo Tir ci investì. Io mi spezzai una gamba in due parti e le attrezzature andarono distrutte. Eravamo rimasti una troupe che non era più in grado di agire e di lavorare. Fummo trattati con una cortesia e una sollecitudine non dico sospetta ma certamente inattesa, mi furono praticate subito le necessarie cure, arrivò, da non so dove, un’ambulanza per soccorrerci. Io ero steso e un infermiere mi teneva appoggiata la gamba sopra un copertone da camion, una piccola culla per i due tronconi della mia gamba. Poi un medico mi fece un’iniezione, devo supporre un oppiaceo, morfina forse, una dose da cavallo. In Russia gli ortopedici erano straordinariamente bravi, sapevano fare miracoli perché avevano fatto la guerra, ma, per quanto riguarda l’anestesia, erano veramente ad uno stadio primordiale, tant’è che le persone più abbienti, quando dovevano farsi levare un dente, per farsi fare una iniezione anestetica del tipo di quella occidentale, andavano a Helsinki. Fatto sta che mi sono svegliato completamente solo dopo 24 ore da un’anestesia per un intervento che ne era durato nove. Ricordo ancora lo strazio, in quelle 24 ore, dei due tentativi di risveglio e dei due inabissamenti nel nulla e la disperazione perché capivo che, se fossi rimasto a lì lungo, non ne sarei uscito.
Nel frattempo era arrivato il famoso Prof. Lizerov da Mosca, l’inventore di uno strano aggeggio che oggi viene usato in tutto il mondo, una specie di cilindro che, non potendo fare l’ingessatura, viene applicato sull’arto rotto su cui vengono sparati, attraverso le ossa, degli aghi, in modo che le ossa stesse possano essere ravvicinate per la saldatura e allineate in modo che questa saldatura avvenga (mi scuso perché mi esprimo nel modo approssimativo, quasi come gli anestesisti che mi hanno fatto l’iniezione, ma io non sono un medico). Poi, con delle piccole chiavi inglesi, tutti i giorni e facendo tutti i giorni delle lastre rx, si tentava di raddrizzare, di dare un asse alla gamba, e aspettare la saldatura dell’osso… Quindi la gamba rimaneva en plain air, per poter respirare, con otto di queste viti e sedici fori tra l’entrata e l’uscita che bisognava continuamente disinfettare, perché spurgavano. Una mattina arriva l’ordine di trasferirci all’aeroporto di Kiev, dove era arrivato un aereo ospedale, con il quale mi portarono al policlinico Gemelli di Roma dove venne un ingegnere nucleare medico che fu il primo, per così dire, a prendermi in consegna. Stette lì, guardò la tiroide, era molto interessato alla tiroide, ma insomma la cosa era accaduta così di recente che non credo che potessero esservi delle manifestazioni così clamorose e già evidenti. Io presi il coraggio e gli chiesi se avessi dovuto temere per la mia salute. E lui, molto brutalmente ma anche con una straordinaria sincerità, mi chiese quanti anni avessi. Io gli dissi la mia età, lui fece come un rapido calcolo mentale e poi mi disse: “Non credo che lei morirà di morte naturale perché non lo si può dire di nessuno, ma ha molte probabilità di non morire di questa cosa che le è capitata”. Come dire è così in là negli anni che non c’è il tempo perché si crei una situazione addirittura mortale.
Lo diceva tra il serio ed il faceto per tenere in equilibrio la mia paura con la speranza di ricevere una notizia rassicurante. Ma non voglio continuare a parlare di me. Sta di fatto che però non posso dimenticare questa vicenda personale. Anzi, scusate, apro ancora una piccola parentesi: ho vivo anche il ricordo di una enorme suora che piomba nella mia stanza e dice: “Abbiamo detto tanto male di questa sua gamba, e invece è stata quella che ci ha consentito, facendo un’ecografia, di scoprire che lei ha un linfoma alla milza”. Passavo dalla padella alla brace in quanto venivo a sapere, così all’improvviso, che avevo niente meno che un cancro, e mi trovai per la prima volta a fare i conti con questa realtà. Chernobyl per me era del tutto dimenticata. Chernobyl poteva avere dei lasciti, non sapevamo quali e ne chissà quando, ma il tumore era lì, bisognava farci i conti subito. Poi, per fortuna, era stato un errore: si trattava di un ematoma che si era incapsulato per l’effetto frusta nel momento dell’impatto con il Tir sovietico.
Torniamo a Chernobyl. Sono andato a visitare l’ultimo dei pompieri di Kiev che era tornato da Mosca: ne erano morti già 11, lui era il dodicesimo.
L’avevano mandato a casa a morire, lui invece riteneva che, per le cure che gli venivano prestate, fosse nella condizione di poter sperare. Questo perché aveva l’aria di raccontarci: “se non fosse così non mi farebbero vedere queste cose: mi proiettano dalla mattina alla sera delle immagini bellissime, dei mari dei laghi, dei boschi, dei fiori”.
Stavano effettuando una sorta di decontaminazione psicologica, che poteva essere, da un punto di vista accessorio, di qualche significato, ma che ormai era proprio il segnale che là dove ci sarebbe stato bisogno di un intervento specifico, non c’era più niente da fare.
Aveva ovviamente perso tutti i capelli, era magro ed emaciato, riceveva per pochi minuti la visita della moglie e dei suoi bambini. Morì di lì a pochi mesi.
Prima che succedessero tutti i guai che mi sono poi successi chiesi anche di vedere i bambini di Chernobyl, perché sapevo che a Kiev c’era un ospedale che aveva raccolto i primi bambini. E ci portarono, perché era previsto nel piccolo protocollo che avevamo convenuto, in visita agli ospedali. L’ospedale dei bambini era impressionante, tutte queste creature avevano ciascuna un lungo talloncino, come quelle che si mettono nelle valigie per esser riconsciute, su cui erano impressi dei segni rossi fatti con una specie di vernice. Certamente avevano un significato, un codice che corrispondeva a qualcosa di utile per l’ospedale, ma davano una forte idea di precarietà, di creature lasciate quasi in abbandono. E quando io chiesi quale sarebbe stato il destino di questi bambini che avevano un anno, un anno e un mese, un anno e due mesi, un anno e tre mesi, un professore, una persona molto amabile, disse che li stavano già portando fuori dal periodo critico e che tutti sarebbero guariti. In realtà moriranno tutti.
E quando lasciai l’Ucraina erano già oltre centomila le persone gravemente contaminate e con la grande probabilità di morire per questa contaminazione.
Sapremo poi nel tempo che queste centinaia di migliaia di persone sono diventate duecentomila, trecentomila. Io sono fermo ai trecentoquarantasettemila, però le mie informazioni a questo proposito sono non solo datate ma anche lacunose, in quanto non ho nessuna certificazione assolutamente attendibile.
Però questo stava a significare che le notizie dei primi giorni furono proprio un tentativo goffo di tacere, persino a se stessi, la realtà di una cosa che aveva colpito, se non direttamente le persone, almeno le coscienze di tutto il mondo.
Ad esempio in Italia. A Como in quei giorni indugiava una coltre di nubi che lasciarono cadere, con grande ostinazione, pioggia, per un giorno e una notte. Lì la nube aveva trovato le condizioni più favorevoli e vennero presi da parte delle autorità dei provvedimenti di carattere sanitario. Quindi non furono soltanto interpretazioni cervellotiche di non addetti ai lavori: ci fu un allarme vero e proprio, con le istituzioni impegnate a contingentare, ad esempio, il latte, a verificare la contaminazione di tutta la verdura che veniva prodotta in quei campi e ci furono, mi si dice, anche casi di contaminazione forte soprattutto per la tiroide.
Vi ho raccontato queste poche cose in un modo disorganico e sommario, affidandomi alla memoria perché pensavo di poter contare sul filmato. C’erano le interviste ai medici, le riluttanze, le reticenze, le bugie, tutte cose comprensibili perché lo stato confusionale era enorme e anche gli addetti ai lavori si interrogavano, anche con gli sguardi. Avevano l’aria proprio di dire “stiamo raccontando delle frottole”. C’era come l’avvisaglia di qualcosa che prima o poi sarebbe venuta fuori ed avrebbe rivelato una verità, almeno per un po’, più credibile.
Poi cominciai a raccogliere le testimonianze di tutti gli incidenti nucleari che erano accaduti nel mondo. A Vienna c’era una centrale che teneva fiscalmente nota di tutti questi incidenti, e c’era la documentazione di 247 incidenti nucleari, di cui alcuni americani. Non sto a parlarvene perché se ne è già parlato molto.
Allora, mettendo insieme l’una e l’altra cosa, io feci quel programma che andò in onda la prima volta in prima serata, la seconda in seconda serata e poi questa versione, che non abbiamo potuto vedere, ridotta a 30 minuti, che è andata in onda a tarda notte, perché ormai l’incidente di Chernobyl era lontano, quindi si poteva anche trasmettere queste cose alle due di notte, per la gente insonne, per i medici di guarda, per i vigili notturni. Credo che l’abbia vista un centinaio di persone.
Aggiunsi a questa sintesi la testimonianza di quello che aveva prodotto l’uso del nucleare nella guerra in Iraq: avevo un testimone d’eccezione, che mi raccontò cose poi diventate di dominio pubblico ed che hanno allarmato veramente tutto il mondo. Ci sono i carri armati rimasti nel deserto tra l’Iraq e il Kuwait, che rimarranno contaminati per centinaia di anni, falde d’acqua contaminata, sabbia contaminata, persone morte, bambini, tanti morti anche lì.
Quindi il discorso è diventato un po’ più universale e non specificamente legato alle centrali nucleari, ma rapportato a quello che può diventare il pericolo di quel grande abuso della scienza che è la guerra.
A Chernobyl si sono avute le prove di come fosse fondato l’allarme sul nucleare del cui uso a scopi di pace io non voglio parlare perché non ho le competenze. Posso ragionevolmente concordare con chi dice che una centrale nucleare può garantire, come Chernobyl garantiva all’Ucraina, di vivere da un punto di vista della produttività, cosa che non sarebbe potuta accadere con i mezzi tradizionali. Ma se i prezzi da pagare ed i rischi da correre sono questi allora io mi chiedo se non debba esservi un allarme permanente nell’umanità che ci obblighi quanto meno alla sorveglianza e alla richiesta di assunzione di responsabilità da parte della scienza che deve porsi l’obiettivo di prevedere come provvedere ai guai che essa stessa produce quando non è in grado di garantire l’uso adeguato e corretto delle scoperte e dei propri progressi.
Si dice oggi che dovremmo essere in grado di rinunciare ad un progetto nel momento stesso in cui lo formuliamo. Si dice anche che siamo sempre un po’ in ritardo rispetto a ciò che abbiamo appena calzato. Questo perché la velocità della scienza unita alla velocità della comunicazione ha così coriandolizzato la realtà, ha così ristretto i tempi che intercorrono tra il pensare e il fare che non c’è più il tempo di indugiare su nulla, e questo non fa, a mio avviso, che aumentare il tasso di pericolosità di tutto quello che la nostra intelligenza è in grado di sprigionare, anche con grande orgoglio del nostro essere uomo. Ma ci deve essere un motivo però se a questo orgoglio non corrisponde quasi mai anche il nostro consenso interiore e intellettuale, perché siamo inquieti, siamo ammalati del sospetto grave di non agire per noi stessi, di fare qualcosa che non è finalizzato a garantire il futuro dell’umanità. Ci siamo messi in testa di rifare l’uomo, per esempio.
Io credo che non verrebbe in mente neppure a Dio di rifare l’uomo. Eppure c’è tanta gente che pensa di non dovere più nulla persino al Creatore.
Credo che occorra davvero una grande rivoluzione culturale, che è quella che si fa grazie agli scienziati, ai politici, alle persone di buona volontà, all’umanità intelligente e previdente che capisce che il suo destino non è una cosa astratta, perché l’uomo stesso è il destino, perché il destino dell’uomo sta nelle azioni che l’uomo compie e il volto che assumerà il nostro futuro prende già le sue forme da ciò che facciamo oggi, persino da quello che ci diciamo oggi in questo nostro incontro.
E bisogna parlare, bisogna aprirsi agli altri, non avendo l’aria di essere una specie di conventicola virtuosa, di setta mistica, di associazione astratta che si occupa di una pedagogia così difficile da far penetrare nelle menti e nei cuori delle persone.
Noi dobbiamo parlare con la gente come si parla delle cose che sono scritte tutti i giorni sul giornale, perché non si esce mai indenni da un colloquio con una persona: se io ti parlo ti cambio e se voi mi parlate mi cambiate. Ecco, noi dobbiamo cambiarci insieme, mettendoci in testa che queste cose non le possiamo lasciare soltanto nelle mani di una scienza così libera perché così padrona.
Noi dobbiamo guardare all’interesse dei nostri figli ed è per questo che noi facciamo venire qui i bambini di Chernobyl. E’ un’avvisaglia, un segnale che vale per tutti, per tutti i bambini di tutto il mondo, perché potrebbe esserci la necessità di ospitare in ogni parte della terra. In una terra che si dice globalizzata, ma che non è ancora in grado di comprendere quali siano i pericoli che corre l’umanità per effetto di questa civiltà ormai immune da qualsiasi tipo di controllo e impunita quando succedono disastri come quello di Chernobyl. Dobbiamo agire, pertanto, per evitare che si possano ricreare situazioni di grande pericolo, in un mondo dove appunto questa globalizzazione è fortemente contraddetta da tutto quello che succede.
Non è vero quello che dice McLuan, il sociologo dei mass-media, con il suo teorema del grande villaggio globale, che può così essere formulato: “Per il fatto stesso di poter essere testimoni o protagonisti nello stesso momento del medesimo evento, siamo tutti più uguali”. Infatti, se c’è un merito che dobbiamo riconoscere alla televisione è solo questo, io credo: ci è data la possibilità di avere sotto gli occhi le infinite disparità, le disuguaglianze, le abissali distanze che ancora ci sono tra società e società, fra etnia e etnia, continente e continente, uomini e uomini, bambini e bambini.
A 200 anni dalla nascita dei Lumi ci sono novecento milioni di persone che non conoscono la luce elettrica, e tutti i giorni che Dio manda sulla terra muoiono di fame 50.000 bambini. Non è una notizia di quel giornalismo estivo di cui si parla sotto gli ombrelloni, è una notizia dell’ONU, verificata dall’Unicef e certificata da Amnesty International: 50.000 bambini che muoiono ogni giorno di fame corrispondono, mi esprimerò con il linguaggio del mio mestiere, con immagini, a circa 4/500 Jumbo stipati di bambini, ma di più, di più molti di più, che precipitano tutte le sere sulla crosta terrestre.
Ditemi se, di fronte a questa continua e quotidiana strage, non vi sarebbe motivo di celebrare una sorta di lutto universale per questa immane tragedia. Ma questo non succede e non perché noi siamo particolarmente indifferenti, cinici, cattivi, semplicemente perché non lo sappiamo. E non lo sappiamo, questo è il paradosso, nonostante il fatto che viviamo nella civiltà dell’immagine e siamo continuamente bombardati da informazioni.
Ma perché non lo sappiamo? Perché se lo sapessimo, cominceremmo ad esigere che ci venisse detta la verità e, saputa la verità, pretenderemmo che si corresse ai ripari.
E in ogni caso sbugiarderemmo questa idea di una globalizzazione che ormai ha trovato la chiave di volta per ridare a tutti le opportunità per crescere e per, in qualche modo, col tempo, allinearsi ai paesi del grande abuso, dell’opulenza, del grande privilegio, della grande disattenzione e del grande egoismo, che sono i paesi del nostro sistema, che sono i paesi dell’occidente, i quali hanno avuto, anche nel fatto di Chernobyl, una grande responsabilità.
L’America ha collaborato in questo patto non detto, dell’omertà e della complicità. La notizia non è stata mai enfatizzata sui giornali americani: tutti zitti, piccole notizie, quelle che non si potevano non dare, ma niente di più.
C’era dietro un interesse così radicale, così diffuso e così tutelato per cui non si poteva andare oltre con le notizie su quel disastro, così come non si può andare oltre sulle notizie di altri disastri, come quelli che vi ho appena ricordato.
Per fortuna ci siete voi. Grazie.
Vorrei chiudere, se mi è consentito, rivolgendo un saluto ad una persona che mi è cara per tanti motivi. E’ il professor Mattioli, l’Onorevole Mattioli, che è stato, tra l’altro, parlamentare nel mio stesso collegio e per il quale ho quindi un ulteriore motivo di riconoscenza. Grazie ancora e arrivederci.